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4 Ottobre 2026Sulla soglia
(Dedicata a Ion Romanu)
Prima di uscire di casa,
il giorno riscaldava l’alba
e lui non sapeva,
tutto poteva ancora succedere
ne
nell’attimo che passa con la sua voce.
Un saluto rimasto sulla soglia,
il lavoro che aspettava
come ogni giorno,
il passo sopra una copertura,
poi il cedimento improvviso.
La stagione è una morte viva,
la parola morte è sotto il sole,
là dove il silenzio trova vuoti
anche nei tagli del corpo che cade.
Sono passati pochi secondi,
sufficienti per spezzare una giornata,
per lasciare un posto vuoto,
gli attrezzi fermi,
le voci dei compagni senza risposta.
A casa qualcuno aspettava,
ignaro del tempo che si è fermato.
Ora resta una porta da aprire,
una voce che non arriverà,
un ritorno che non accadrà.
Esattamente dove la morte spinge,
il lavoro non dovrebbe mai finire così.
La sicurezza dovrebbe stare
prima di ogni gesto,
prima di ogni tetto, prima di ogni altezza.
La vita non è un rischio del mestiere,
non possiamo abituarci a queste notizie.
Questa poesia nasce dal bisogno di fermarsi davanti a un’altra vita spezzata sul lavoro e di non lasciare che una tragedia diventi soltanto una notizia destinata a scomparire.
Le parole cercano di raccontare soprattutto ciò che rimane e la poesia non vuole spiegare ciò che ancora deve essere accertato, né indicare responsabilità, ma ricordare che dietro ogni numero c’è una persona e che ogni morte sul lavoro lascia un vuoto che riguarda tutti.
Scriverla significa, soprattutto, non abituarsi, tenere aperta quella domanda che non dovrebbe mai smettere di accompagnare il lavoro: perché qualcuno debba uscire di casa per lavorare e non poter più tornare.
Yuleisy Cruz Lezcano




