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10 Settembre 2026Il regista francese premiato all’Italian Pavilion per Un bon petit soldat, film in Concorso alla Mostra. Alla cerimonia anche Alba Rohrwacher e Vincent Lindon
VENEZIA – Il cinema di Stéphane Brizé e il suo sguardo sul mondo del lavoro sono stati protagonisti all’83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il regista francese ha ricevuto lo Special Award del Premio Film Impresa 2026 per Un bon petit soldat, il suo nuovo film presentato in Concorso a Venezia 83.
La consegna del riconoscimento si è svolta martedì 8 settembre all’Italian Pavilion dell’Hotel Excelsior, nell’ambito del calendario degli eventi ufficiali di Cinecittà. Alla cerimonia hanno preso parte anche Alba Rohrwacher e Vincent Lindon, protagonisti del film, insieme a Giampaolo Letta, presidente del Premio Film Impresa, al direttore artistico Mario Sesti, alla general manager Simona Anelli e a Maria Raffaella Caprioglio, presidente di Umana.
Brizé ha accolto il riconoscimento con ironia: «Sono arrivato qua da 37 minuti e già mi date un premio. Adoro questo vostro modo di fare», ha scherzato prima di spiegare di essersi preparato un discorso, non ritenendosi particolarmente portato per l’improvvisazione.
Da lì il regista è entrato nel cuore dei temi che attraversano Un bon petit soldat e, più in generale, buona parte del suo cinema. Brizé ha utilizzato l’immagine dei treni che deragliano o arrivano in ritardo per spiegare il proprio modo di raccontare la realtà: così come un regista che racconta una storia d’amore può mostrare metaforicamente i conflitti dei sentimenti attraverso un treno che deraglia, allo stesso modo il suo cinema cerca di «mettere sotto la luce le cose che non funzionano».
«Cerco di fare questo con i miei film e ho molto materiale a disposizione», ha sottolineato Brizé. Un cinema, il suo, che non vuole limitarsi a parlare a chi condivide già una determinata visione della società: «Non realizzo film per convincere chi è già convinto, ma forse, illudendomi, per convincere chi non è convinto».
Il regista francese ha poi affrontato direttamente il rapporto tra impresa, responsabilità e condizioni dei lavoratori. «C’è chi crede in una rivoluzione dal basso, ma io credo che una rivoluzione possa arrivare dall’alto», ha affermato, rivolgendo quindi un messaggio al mondo imprenditoriale: chi guida un’azienda deve comprendere che non è possibile costruirne il successo sulla sofferenza delle persone che vi lavorano.
Parole che sintetizzano una delle questioni centrali del cinema di Brizé. «Con i miei film cerco di far capire quanto sia malato un sistema totalmente deregolamentato», ha aggiunto il regista, spiegando infine di essere particolarmente grato di ricevere un riconoscimento da persone sensibili a questi stessi temi e auspicando che possa esserci un miglioramento concreto.
Lo Special Award premia così un autore che nel corso della propria carriera ha fatto del rapporto tra individuo, lavoro e società uno dei nuclei centrali del proprio cinema. Un bon petit soldat prosegue infatti una ricerca che Brizé porta avanti da anni, interrogandosi sulle conseguenze che le dinamiche economiche e professionali producono nella vita quotidiana delle persone.
Al centro del nuovo film c’è Carla, dirigente appena assunta come responsabile delle Risorse Umane di una grande azienda. Il suo incarico la pone fin dall’inizio davanti a un equilibrio difficile: garantire il benessere dei dipendenti e, contemporaneamente, rispettare gli obiettivi di rendimento fissati dai vertici aziendali. La scoperta di un caso di gestione tossica del personale trasforma però questo equilibrio in un vero conflitto morale, costringendola a confrontarsi con compromessi sempre più difficili da sostenere.
Una storia che permette ancora una volta a Brizé di osservare il lavoro non semplicemente come sfondo narrativo, ma come luogo nel quale si misurano rapporti di forza, responsabilità individuali e scelte etiche.
Non è un territorio nuovo per il cineasta francese. Una parte importante della sua filmografia ha infatti indagato le trasformazioni del lavoro contemporaneo e le loro conseguenze sull’individuo, spesso attraverso personaggi costretti a confrontarsi con sistemi più grandi di loro. Un percorso nel quale fondamentale è stato anche il lungo sodalizio artistico con Vincent Lindon.
Proprio questa attenzione ha motivato la scelta del Premio Film Impresa, progetto ideato e organizzato da Unindustria con il supporto di Confindustria, che utilizza il cinema come strumento per raccontare il lavoro, l’impresa e soprattutto le persone che ne fanno parte.
«Con Un bon petit soldat, Stéphane Brizé torna a osservare il mondo del lavoro come uno spazio nel quale le scelte professionali entrano direttamente nella vita delle persone», ha sottolineato il direttore artistico Mario Sesti, evidenziando come il film affronti «le contraddizioni di chi è chiamato a conciliare il benessere dei lavoratori con le esigenze e gli obiettivi dell’impresa».
Per il presidente Giampaolo Letta, la presenza del Premio Film Impresa alla Mostra rappresenta invece «un’occasione importante per continuare a mettere in relazione cinema e cultura d’impresa attraverso lo sguardo dei grandi autori».
Nel corso dell’appuntamento veneziano è intervenuta anche Maria Raffaella Caprioglio, presidente di Umana, partner del Premio Film Impresa fin dalla sua prima edizione e realtà nata proprio a Venezia trent’anni fa. Umana cura inoltre l’Area Narrativa del PFI, dedicata a cortometraggi e opere di finzione che mettono al centro persone, lavoro e comunità.
La presenza al Lido è stata infine l’occasione per guardare già al futuro del Premio Film Impresa, con il lancio dell’edizione 2027 e del nuovo regolamento.
Lo Special Award assegnato a Brizé conferma così la volontà del PFI di costruire un ponte tra due mondi apparentemente distinti, cinema e impresa, utilizzando il racconto cinematografico per interrogarsi sulle trasformazioni del lavoro contemporaneo.
E Un bon petit soldat, che arriverà nelle sale italiane distribuito da I Wonder Pictures, sembra inserirsi perfettamente in questo percorso: dietro la storia di un’azienda e dei suoi dipendenti, Brizé torna infatti a porre una domanda che attraversa buona parte del suo cinema. Quanto delle nostre scelte appartiene davvero a noi quando siamo inseriti all’interno di un sistema che stabilisce regole, obiettivi e responsabilità?
di Stefano Cavalli




