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1 Agosto 2026«La speranza è l’ultima a morire». Quante volte abbiamo pronunciato o ascoltato questa frase? È diventata quasi un modo di dire, una sorta di certezza alla quale ci aggrappiamo quando tutto sembra perduto. Ma è davvero così? La speranza è davvero l’ultima cosa a morire oppure, prima di lei, dentro di noi possono spegnersi l’entusiasmo, la voglia di progettare, la capacità di reagire e persino il desiderio di guardare al futuro? E, quando una speranza importante viene meno, è possibile ritrovare una forma di serenità? Oppure siamo destinati a rimanere prigionieri di ciò che abbiamo perduto? Ne parliamo con lo psicologo Sergio Teglia, cercando di capire che cosa sia davvero la speranza, da quali elementi sia composta e come possiamo alimentarla, senza però trasformarla in un’illusione capace di allontanarci dalla realtà.
Dottor Teglia, partiamo proprio dal titolo. La speranza non è davvero l’ultima a morire?
No, probabilmente non è proprio così. Prima della speranza, spesso muoiono l’entusiasmo e la propositività. Quando una persona si sente completamente senza speranza, può arrivare a non avere più voglia di porsi obiettivi e, in alcuni casi, persino di vivere. Però, dobbiamo capire che la speranza è un’emozione molto complessa. Io la immagino come una splendida collana composta da tante piccole perle, tutte ugualmente preziose.
La speranza contiene l’umiltà, la saggezza, la capacità di essere in sintonia con gli altri, la solidarietà, la volontà, la capacità di riflettere senza attribuire sempre agli altri la colpa di ciò che ci accade, la capacità di aspettare e di adattarsi alla vita anche nelle situazioni difficili.
In sintesi, è un’emozione che unisce l’ottimismo alla motivazione e che ci permette di affrontare e superare le difficoltà. Ecco perché non è così semplice farla morire: bisognerebbe perderle tutte le perle che compongono quella collana.
Ma quando una persona si sente completamente senza speranza, come può cominciare a recuperarla?
Dobbiamo innanzitutto ricordare che molte delle qualità che ho appena elencato appartengono a tutti noi, anche se in misura diversa. Per questo dobbiamo investire su quelle che possediamo, senza pensare che l’unica cosa importante sia l’apparire. La sostanza è molto più importante.
Inoltre, la speranza, può essere recuperata anche imparando a non guardare troppo lontano. Spesso dobbiamo concentrarci sui piccoli passi, giorno dopo giorno. A Sant’Agostino è attribuita una frase molto bella che mi piace citare: «La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio per cambiarle». È una frase che, indipendentemente dalla certezza dell’attribuzione, contiene un concetto molto importante: per sperare non basta desiderare che le cose cambino. Bisogna anche avere il coraggio di affrontare la realtà.
E c’è una frase ancora più famosa che entra perfettamente nel tema che stiamo trattando, quella di Anna Frank: «Non penso a tutta la miseria, ma alla bellezza che rimane ancora». Sono parole che dovrebbero farci riflettere. Anche quando la realtà è difficile, non tutto ciò che è bello scompare. Il problema è riuscire ancora a vederlo.
È possibile ritrovare una serenità anche dopo aver perso una speranza importante?
Sì, anche se non è semplice. Euripide, nella tragedia Alessandro, scriveva: «Non sprecare lacrime nuove per vecchi dolori». È una frase molto forte che significa che non dobbiamo consegnare la nostra vita a ciò che non possiamo più cambiare. Il passato non può chiederci ogni giorno un prezzo.
Se la perdita riguarda una persona cara che è morta, dobbiamo cercare di pensare a ciò che quella persona, volendoci bene, avrebbe desiderato per noi. Non chiuderci alla vita, ma continuare, portandoci dentro il ricordo, ciò che quella persona ci ha insegnato e ciò che ci ha lasciato. Le persone, purtroppo, muoiono, ma ciò che ci hanno dato rimane dentro di noi e non muore mai.
Se invece la perdita è di natura affettiva in un rapporto che si conclude, è importante anche riflettere sul nostro comportamento. Non sempre la colpa è soltanto dell’altro. Ci sono sempre responsabilità diverse, percentuali diverse.
E poi bisogna ricordarsi che la vita continua. Non è vero che dopo una delusione non ci si innamora più.
Ci si può innamorare nuovamente, anche a settant’anni, magari in modo diverso e più maturo.
Esiste il rischio di attribuire alla speranza un valore eccessivo?
Sì. Il rischio nasce quando la speranza diventa un’illusione, quando è troppo alta e non è più collegata alla realtà. Per questo dobbiamo continuamente tarare le nostre aspettative sulla vita. Se la speranza diventa un obiettivo raggiungibile, può aiutarci. Se invece pretendiamo che la realtà si adegui completamente ai nostri desideri, rischiamo di rimanere delusi. Invito quindi tutti a seguire la politica dei piccoli passi. La tartaruga, lentamente, può arrivare dove vuole arrivare. Chi corre troppo velocemente, invece, può anche uscire di strada.
Quindi anche sperare significa, in qualche modo, essere realisti?
Certamente. La speranza non deve essere un’attesa passiva. Se io spero di raggiungere un obiettivo, devo anche avere un percorso per avvicinarmi a quell’obiettivo. Se invece mi limito ad aspettare che qualcosa accada improvvisamente, quella speranza può diventare un ostacolo.
Immaginiamo di essere in una stazione e di aspettare un treno diretto in Sudafrica che ovviamente non esiste. Nel frattempo, però, passano treni diretti a Bologna, Firenze, Roma o Parigi. Forse sarebbe meglio cambiare meta e salire su uno di quelli piuttosto che rimanere per sempre ad aspettare un treno che non arriverà mai.
È bello sognare, perché senza sogni non si va avanti – una frase tradizionalmente attribuita ad Aristotele definisce la speranza «il sogno di un uomo sveglio» – ma proprio perché è un sogno a occhi aperti, che ogni tanto dobbiamo anche verificare a che punto siamo.
E rinunciare a una speranza significa arrendersi alla vita?
Non necessariamente. Prima di arrivare a non avere più speranze, una persona spesso ha lanciato molti messaggi. Possono essere messaggi verbali, ma anche non verbali. Il problema è che a volte nessuno riesce a coglierli. E qui entra in gioco l’amicizia, quella vera. Un vero amico, quando ti vede in grande difficoltà, può anche dirti che hai bisogno di aiuto, di parlare con qualcuno o di rivolgerti a un professionista, perché non sempre possiamo fare tutto da soli.
Quando una persona entra in una fase depressiva, può cominciare a vedere la vita in modo negativo. Si aspetta che accada qualcosa di brutto e, di conseguenza, tende a vedere problemi ovunque. Anche un piccolo disturbo fisico può essere interpretato come il segnale di una malattia gravissima. Il nostro modo di pensare può quindi influenzare profondamente il modo in cui percepiamo la realtà. Per questo è importante non sottovalutare i segnali di sofferenza e non avere paura di chiedere aiuto.
Quali sono, allora, le risorse interiori che ci permettono di rialzarci quando una speranza fallisce?
Una delle risorse fondamentali è volersi bene. E volersi bene significa anche avere un buon dialogo interiore. Dovremmo riuscire, ogni tanto, a fermarci e chiederci: che cosa voglio? Che cosa ho fatto oggi di positivo? Che cosa, invece, non ho fatto?
Molti di noi tendono, anche senza volerlo, a modificare il racconto di ciò che è accaduto. Dovremmo cercare di essere il più possibile autentici e sinceri con noi stessi, dal momento che anche l’autocritica è importante. L’autocritica, quando è sana, è meravigliosa perché ci permette di riconoscere i nostri limiti. Ma ci permette anche di capire quando gli altri invadono quei limiti e quando è necessario difenderci o prendere le distanze.
Il disagio, inoltre, non deve essere sempre ignorato. Quando ci troviamo in una situazione nuova e proviamo una sensazione di disagio, dobbiamo ascoltarla. Forse quella situazione non è adatta a noi. Se però ci sentiamo a disagio in ogni situazione, allora è necessario fermarsi e riflettere su ciò che ci sta accadendo dentro.
Anche l’amicizia può essere una forma di speranza?
Certamente. Come ho già accennato, una vera amicizia è una delle forme più importanti di sostegno. C’è una frase che trovo molto bella: «Avere un amico significa avere qualcuno che sorveglia sulla tua solitudine». Non la attribuirei con certezza alla filosofia Zen, perché non esiste una fonte precisa che ne dimostri l’origine, ma il suo significato è comunque molto profondo. Un vero amico non elimina necessariamente la nostra solitudine, ma ci impedisce di rimanere completamente soli dentro di essa.
Continuare ad aggrapparsi a una speranza può impedirci di guardare avanti?
Sì, quando quella speranza non è accompagnata da un percorso. Se continuiamo ad aspettare soltanto che si realizzi ciò che desideriamo, rischiamo di perdere di vista tutto ciò che ci accade ogni giorno. La speranza deve essere accompagnata dall’umiltà e dalla capacità di rivedere i nostri obiettivi. Se, lungo il percorso, ci rendiamo conto che ciò che desideravamo non è possibile, dobbiamo avere il coraggio di modificare il nostro progetto., perché una speranza non deve diventare un’ossessione.
Quindi anche una speranza può e deve essere modificata?
Sì. Direi che la speranza deve essere percepibile, concretamente raggiungibile e modificabile. Come ho detto, è bello sognare, ma sognare a occhi aperti significa anche rendersi conto, ogni tanto, che forse quel sogno deve essere cambiato. Può essere troppo grande, può essere sbagliato o può semplicemente non essere più adatto alla persona che siamo diventati. Fossilizzarsi su una speranza e voler arrivare a tutti i costi proprio lì può diventare pericoloso.
E ancora una volta torna il tema del dialogo interiore. Un buon dialogo con noi stessi ci aiuta a capire ciò che vogliamo, ma anche a conoscere i nostri difetti. Possiamo, per esempio, avere la tendenza a ingigantire le ferite, a pensare continuamente che accadrà qualcosa di negativo oppure, al contrario, a essere sempre e comunque ottimisti, convinti che andrà tutto bene.
Aggiungo che anche il narcisismo, soprattutto quello digitale, può diventare un problema. Oggi assistiamo a una forma di solitudine di massa, perché ognuno rischia di vivere concentrato soltanto su se stesso.
In passato la sofferenza sembrava legata soprattutto al senso di colpa. Oggi è cambiato qualcosa?
Sì, la nostra generazione è cresciuta spesso dentro una cultura della sofferenza legata al senso di colpa. Ci veniva detto che cosa dovevamo fare, che cosa dovevamo raggiungere e, quando non ci riuscivamo, potevamo sentirci in colpa.
Oggi, invece, la sofferenza sembra essere sempre più legata alla vergogna di non apparire, di non avere abbastanza follower, di non ricevere abbastanza «mi piace». È, ovviamente, una sofferenza diversa, ma può produrre una solitudine altrettanto dolorosa.
Dottor Teglia, per concludere, che cosa possiamo dire ai nostri lettori sulla speranza?
Gli direi questo: speranza sì, ma che sia una speranza percepibile, concretamente raggiungibile e modificabile.
È bello sognare, ma dobbiamo avere il coraggio di cambiare sogno quando ci rendiamo conto che quello che avevamo scelto non va più bene, perché era troppo grande o era semplicemente sbagliato.
La speranza non deve essere una fuga dalla realtà, ma un modo per affrontarla. E, ancora una volta, vorrei ricordare l’importanza del dialogo interiore. Conoscere noi stessi, riconoscere i nostri limiti, comprendere le nostre ferite e anche i nostri errori può diventare un antidoto prezioso non soltanto alla perdita della speranza, ma a molte delle difficoltà che incontriamo nella vita.
Un intervista che, come al solito, il nostro esperto ha trasformato in un bellissimo racconto dal quale appare chiaro che, forse, alla fine, la speranza non è davvero l’ultima cosa a morire. Prima di lei possono spegnersi l’entusiasmo, la capacità di progettare, la fiducia nelle nostre possibilità e persino il desiderio di continuare a cercare. Ma proprio per questo la speranza non dovrebbe essere considerata qualcosa di immobile, una luce che o c’è o non c’è più. È piuttosto un percorso fatto di piccoli passi, di riflessioni, di relazioni, di coraggio e anche della capacità di cambiare direzione. Sperare non significa aspettare passivamente che la vita ci consegni ciò che desideriamo, significa, forse, continuare a guardare avanti, ma con gli occhi aperti, consapevoli che un sogno può essere modificato, che un obiettivo può essere ridimensionato e che, a volte, la strada che ci porta verso qualcosa di diverso da ciò che avevamo immaginato può rivelarsi comunque una strada capace di condurci verso una nuova forma di serenità.
Adesso ci fermiamo per la pausa estiva e ci diamo appuntamento a quando avremo da proporvi un nuovo argomento di riflessione. Buona estate a voi tutti, e, come al solito, grazie per averci seguito.
Enrico Miniati e Sergio teglia




