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Come un pazzo visionario sfilo con lo sguardo lo scaffale degli alcolici per cercare quel color ambrato indistinguibile, che proviene dalla distillazione della canna da zucchero grezza. Ecco, nei bar o nei locali di un certo tipo, che non vogliono essere alla moda o limitarsi alle apparenze, si trovano, spesso anche un po’ nascosti, un “El Dorado”, o magari un “Diplomatico” o perfino un “Matusalem Gran Reserva”. Sono discreti, quasi schivi, persino umili. Ma quando toccano il bicchiere e si avvicinano alle tue labbra capisci subito di che pasta sono fatti. Sembrano dirti: “Eccomi vecchio amico mio, dove sei stato tutto questo tempo?”
Faccio la stessa cosa con gli artisti. Molti si presentano interessanti dall’esterno, alcuni promettenti osservandone l’involucro; poi dentro trovi un liquido che sa solo d’alcol e poco più. Il vero artista non lo noti, si ritrae e quasi sfugge. Lo devi scovare e con delicatezza togliere il tappo che ne custodisce il talento, per liberarne l’inconfondibile aroma.
Mi è accaduto di riconoscere un artista proprio così, all’inaugurazione della mostra “L’ultimo fotografo – Giovanni Savino” in programma alla Fondazione POMA Liberatutti di Pescia dal 4 giugno al 6 settembre.
Giovanni Savino entra nei locali della mostra in punta di piedi, è gentile, affabile, ma non vuole togliere spazio agli altri, anzi, prende la sua immaginaria fotocamera e inizia a inquadrarci tutti con il suo obiettivo attento, discreto e rispettoso. Crea empatia, condivide energia.
L’ingresso della Fondazione Poma ha una parete molto alta che si spinge fino al soffitto che copre il secondo piano, da li scende la New York di Savino fatta di volti, di Times Square, di musica da vedere. Il racconto di un incontro, perché Savino non ferma solo il fotogramma, ma ci dialoga ascoltando e rispondendo. “Una foto non la fa il fotografo e non la fa la persona di fronte a lui, ma si fa insieme” spiega l’artista, che prosegue: “Laddove tutti vogliono essere i primi, a me piace essere l’ultimo. L’autoproclamarmi ultimo mi dà carta bianca in tutti i miei successi e fallimenti, permettendomi di distillare, in silenzio, unici e preziosi insegnamenti da entrambi”.
Giovanni Savino ha iniziato il suo viaggio nell’arte da giovanissimo, partendo da Pistoia. Avrebbe voluto fare il musicista, poi l’ingegnere acustico. Infine è diventato un documentarista e un fotografo. Ha lavorato nel cinema e per la TV; è stato tecnico del suono, regista e produttore; è partito dalle reti televisive inglesi per poi collaborare per anni con la CBS alla trasmissione 60 Minutes a New York e in giro per il mondo, che ha raccontato in lungo e in largo attraverso i suoi obiettivi.
Dopo l’ingresso seguono 13 fotografie sul tema della convivialità e del cibo nel Refettorio. Al piano superiore, nella Sala Maurizio Del Ministro, il percorso si concentra su una dimensione più intima e sospesa con 17 scatti della serie Eyes closed. Infine, nella sala Francesco, l’esposizione si conclude con una serie di miniature e con gli unici due ritratti a colori della mostra.
Tutta la mostra è curata da Marta Convalle che ha dedicato molto tempo alla scelta delle opere della vasta produzione di Savino. L’ingresso per i visitatori è libero. L’esposizione è visitabile dal mercoledì al sabato dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 17.30 alle 22.00; la domenica dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 17.30 alle 22.00.
Datevi l’occasione di vivere un incontro speciale, ogni immagine è un mondo nuovo da esplorare, per conoscere e conoscersi in profondità.
POMA Liberatutti, Piazza San Francesco 12, Pescia (PT)
www.pomaliberatutti.it
Marco Gasperini




