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30 Maggio 2026Esistono persone che costruiscono la propria strada scegliendo, sbagliando, cambiando idea e assumendosi il peso delle decisioni. E ne esistono altre che, spesso senza rendersene conto, finiscono per vivere seguendo percorsi tracciati da altri.
Accade nelle relazioni, nel lavoro, nella famiglia, nei social network e perfino nel modo di pensare. Ci si abitua lentamente ad adeguarsi, a cercare approvazione, a evitare il conflitto o semplicemente a lasciarsi trascinare. Così, quasi senza accorgersene, si intraprende un “viaggio non scelto”: una vita costruita più sulle aspettative degli altri che sui propri desideri autentici.
Con lo psicologo Sergio Teglia abbiamo affrontato questo tema cercando di capire perché tante persone rinuncino alla propria direzione interiore e quanto sia difficile, a volte, distinguere ciò che vogliamo davvero da ciò che gli altri si aspettano da noi.
Dottor Teglia, quando una persona ha la sensazione di non aver scelto davvero la propria direzione di vita, cosa accade dal punto di vista psicologico?
Accade che si va avanti quasi per inerzia, senza entusiasmo, vivendo una vita automatica. La persona si allontana progressivamente da se stessa, dai propri desideri e dal proprio potenziale. Non sempre si può scegliere tutto nella vita, ma quando per anni si vive soltanto secondo le aspettative degli altri, si rischia una sorta di “apatia esistenziale”. Non è una malattia, ma una condizione di scarsa felicità, accompagnata spesso da poca autostima e da una visione negativa della realtà. Il primo passo importante è rendersi conto di questo malessere.
In che modo si distingue tra scelte realmente subite e percezioni soggettive di mancanza di controllo sulla propria vita?
La discriminante principale è la consapevolezza. Molte persone vivono il “viaggio non scelto” senza nemmeno rendersene conto. Quando invece una persona inizia a chiedersi se ciò che fa lo sta facendo davvero per scelta, oppure solo per adattamento, allora è già un passo avanti. Spesso dietro questa sensazione c’è, come ho già detto, una forte mancanza di autostima: si pensa che le proprie idee o desideri non abbiano valore. È tipico di chi, ad esempio, non esprime mai ciò che pensa, lasciando sempre che siano gli altri a decidere o a parlare al posto suo.
Forse il termine che prima ho utilizzato: “scelte subite” è improprio, perché una scelta non implica comunque una decisione personale?
In effetti sarebbe più corretto parlare di “subire le scelte degli altri”. Ci si adatta, convincendosi che quello sia l’unico modo possibile per vivere. In passato questo era molto evidente soprattutto nella condizione femminile: spesso una donna non poteva scegliere nemmeno il marito. Ma ancora oggi tante persone vivono seguendo aspettative esterne senza chiedersi cosa desiderino davvero.
Quali sono i segnali più comuni che indicano che una persona si sta “perdendo” nel proprio percorso esistenziale?
Uno dei segnali più frequenti è il desiderio continuo di dormire, quasi per staccarsi dalla realtà. Poi c’è il mangiare senza desiderio, solo per riempire un vuoto. Oppure svolgere un lavoro che non piace, e vivere aspettando soltanto il momento di tornare a casa per prendersi, almeno un po’ cura di sé. Sono immagini tristi, ma molto reali. A volte il corpo arriva persino a presentare il conto: problemi fisici, pressione alta, stress, disturbi legati all’alimentazione o al sonno. È in quei momenti che spesso può arrivare il brusco risveglio.
Quanto pesa, nella costruzione di questa sensazione, il confronto con le aspettative familiari o sociali?
Incidono moltissimo, soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza. Se un bambino cresce imparando che sarà apprezzato solo facendo ciò che gli altri si aspettano da lui, finirà facilmente per vivere una vita che non sente propria. A volte i genitori, inconsapevolmente, chiedono ai figli di realizzare ciò che loro non sono riusciti a fare. Così il figlio vive una vita “compensativa”, non autentica. In adolescenza un tempo esisteva il conflitto, la ribellione, che aiutava a costruire un’identità personale. Oggi questo conflitto spesso si è attenuato anche per via del mondo virtuale, delle dipendenze digitali e dell’avere, materialmente, molto, troppo.
È possibile recuperare una forma di capacità di scelta anche dopo lunghi periodi in cui ci si è sentiti guidati dagli eventi?
Certamente sì. Si può iniziare in qualsiasi momento della vita, ma serve il coraggio di ammettere con se stessi: “Così non sto bene”. Bisogna anche riconoscere la propria parte di responsabilità: gli altri possono aver influito, ma siamo noi che abbiamo lasciato loro spazio dentro la nostra vita. Recuperare se stessi significa rimettere ordine nel proprio dialogo interiore, imparare a dire dei no, contare su poche relazioni autentiche, magari su un’amicizia vera o su un amore sincero. Anche nella terza età si può ricominciare.
In che modo il “viaggio non scelto” può trasformarsi, nel tempo, in una narrazione personale più consapevole e meno dolorosa?
Si può, quando una persona riesce a comprendere che in certi momenti della vita forse non poteva davvero fare diversamente. Ci sono situazioni — un lutto, un fallimento, una difficoltà familiare — in cui adattarsi diventa una forma di sopravvivenza. A volte quelle scelte hanno persino permesso di salvare se stessi o altre persone. È importante però distinguere tra il sacrificio consapevole e la rinuncia continua alla propria identità. Per esempio, avere figli significa inevitabilmente mettere spesso il bene degli altri davanti al proprio, e non essere più autonomi né indipendenti, questo può essere tuttavia una scelta d’amore, non un “viaggio non scelto”. La differenza sta proprio nella consapevolezza.
Forse uno dei rischi più grandi della vita è proprio quello di smettere lentamente di scegliere, e non sempre accade per debolezza. A volte succede per paura di restare soli, di deludere qualcuno o di sentirsi esclusi. Eppure ogni volta che affidiamo completamente agli altri il nostro modo di vivere o di pensare, perdiamo qualcosa della nostra identità.
Riprendere in mano il proprio percorso non significa rifiutare gli altri o vivere in opposizione al mondo. Significa imparare ad ascoltarsi, recuperare senso critico e tornare ad avere un ruolo attivo nelle proprie scelte.
Ringraziamo il dottor Teglia per averci aiutato a riflettere su un tema che riguarda molti più aspetti della nostra vita di quanto siamo normalmente disposti ad ammettere.
Grazie per averci seguito
Enrico Miniati e Sergio Teglia




