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25 Maggio 2026Dal palcoscenico del Teatro Bolognini, l’intervento della giornalista Annalisa Camilli, incentrato sul tema “Corpi in guerra: davanti al dolore degli altri”, ha imposto una riflessione che scuote le fondamenta stesse del racconto contemporaneo. Il richiamo, quasi inevitabile, è al magistero di Susan Sontag e alla sua indagine sulla fotografia e la sofferenza altrui: come si guarda il corpo martoriato dalla guerra senza scivolare nell’indifferenza o, peggio, nel voyeurismo?
Anche di fronte a temi di così drammatica urgenza, l’esercizio della critica impone di non fermarsi alla superficie della commozione. Oggi assistiamo a una crisi profonda del giornalismo, che sembra aver smarrito la propria funzione di mediazione e di autentica informazione. Spesso la cronaca dei conflitti si limita a registrare la violenza in modo istantaneo e frammentato, omettendo di indagare le dinamiche strutturali, i complessi nodi geopolitici e i centri di potere che gestiscono e, talvolta, capitalizzano quel dolore e l’impotenza delle popolazioni civili. Ci si concentra sull’effetto, dimenticando le premesse che portano a quella determinata guerra e lasciando nell’ombra i corpi dimenticati, quelli che non fanno notizia.
Camilli ha offerto una testimonianza preziosa, radicata nella sua esperienza sul campo, il suo è lo sguardo di chi ha visto e ascoltato la carne ferita della storia e avverte la responsabilità di restituirla attraverso la parola. Ciò che spesso rimane, al di là dei fatti, è un senso profondo di impotenza e una ferita enorme che si imprime dentro chiunque accetti di guardare. In questo scenario di devastazione, la narrazione delle storie individuali appare come l’unica via di salvezza: dare un nome e un volto al dolore per sottrarlo all’oblio.
È indubbio che continuare a raccontare sia un dovere etico fondamentale, un argine contro la barbarie della dimenticanza, la parola scritta, la fotografia e la testimonianza restano strumenti indispensabili per mantenere desta la coscienza collettiva.
Ma proprio accogliendo la necessità di questo racconto, si fa strada un dubbio che interroga la nostra postura di spettatori: se la narrazione si concentra prevalentemente sulla testimonianza del dolore vissuto, senza riuscire a svelare i meccanismi di potere e le ragioni profonde che generano i conflitti, non si rischia di lasciare chi ascolta in uno stato di pura, sterile commozione? E come possiamo far sì che il racconto delle storie diventi un reale strumento di consapevolezza politica, anziché un modo per consolarci della nostra stessa impotenza di fronte alla storia?
Maria Di Pietro Testo e fotografia




