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24 Maggio 2026
Gli scrittori Paolo Di Paolo e Francesco Piccolo ospiti della II edizione di Seminare Idee Festival Città di Prato (5-7 giugno)
25 Maggio 2026I Dialoghi di Pistoia mettono a tema quest’anno i “Corpi in divenire”, cercando di tracciare mappe, sfide e confini dell’umano. In questo palinsesto, l’incontro tra l’antropologo Andrea Staid e lo scrittore Jonathan Bazzi con il loro “Corpi fragili” offre una deviazione necessaria: l’idea che il corpo non sia mai solo un fatto biologico, ma una superficie politica su cui il potere, l’economia e lo spazio tracciano i loro confini più spietati.
Muoversi dentro i festival culturali oggi richiede però un po’ di attenzione. Il rischio è che queste manifestazioni diventino troppo prevedibili, trasformando il pensiero critico in un salotto fin troppo confortevole e con uno sguardo inevitabilmente occidentale. C’è una premessa di fondo da non dimenticare: i corpi non hanno lo stesso significato in tutte le culture. L’idea stessa di fisicità cambia a seconda di dove ci si trova nel mondo, e l’Occidente non ha l’esclusiva sul modo di intendere il benessere, la salute o la sofferenza. Non siamo “corpo” allo stesso modo per tutti.
Prese le distanze da questo potenziale automatismo etnocentrico, il confronto tra Staid e Bazzi funziona proprio perché fa collidere due sguardi diversi. Da un lato la lente dell’antropologia, che Staid usa per smontare le strutture sociali, mostrando come la marginalità geografica ed economica si traduca, concretamente, in malattia e vulnerabilità. Dall’altro, la penna di Bazzi, che a quelle statistiche dà un vissuto, trasformando il dolore in una narrazione di resistenza.
Al centro del loro dialogo c’è il corpo adolescente: la transizione per eccellenza, che nelle periferie esistenziali diventa il luogo dell’esclusione. Le parole di Bazzi sulla povertà colpiscono per precisione chirurgica: la povertà come sentimento di confine, come riduzione dello spazio vitale a una stanza, una cameretta. Un “trauma-cristallo” che blocca lo slancio verso il nuovo perché l’ignoto, quando mancano i paracadute sociali, fa semplicemente troppa paura. È l’antropologia del dolore che fotografa una società malata di ingiustizia sociale.
L’operazione culturale dei due autori è chiara, sottrarre la fragilità alla colpa individuale per restituirla alla sua dimensione collettiva e politica. I margini non sono più solo vuoti di solitudine, ma spazi in cui i corpi lottano per esistere.
Ma proprio qui, nel cuore di un evento che accoglie e amplifica queste voci, sorge una domanda spontanea, che preferisce la riflessione agli applausi di rito: fino a che punto parlare di marginalità e dolore in contesti così istituzionali aiuta davvero a cambiare le cose? Il rischio, in fondo, è quello di trasformare la sofferenza di chi vive ai margini in un tema di tendenza, un argomento di conversazione per un pubblico che, finita la conferenza, torna al sicuro nella propria quotidianità.
Maria Di Pietro Testo e fotografie




