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14 Maggio 2026
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15 Maggio 2026Una notte a casa Leopardi
Francesco Fabretti
Storia e geografia della letteratura
Laterza Bari
Pag. 225 euro 18
2026
Recanati. Da secoli e da decenni. Capita di voler trascorrere almeno una notte a casa altrui, magari all’interno di quella che fu di Giacomo Leopardi, a Recanati, tra il Potenza e il Musone, nelle Marche. Lì dal 1200 circa vive la stessa famiglia, lui vi nacque conte il 29 giugno 1798, nove mesi e due giorni dopo il matrimonio fra il padre Monaldo e Adelaide Antici. Erano diverse strutture che si aggregarono nel corso dei secoli, poi divenne un unico nobile palazzo di quattro piani e di cinquemila metri quadri (con pianta trapezoidale, cinta muraria e ristrutturazione proprio nel 1798), la famiglia aveva anche cinquecento ettari di terre. Qui, nell’oscurità, si può finalmente cominciare a passare di stanza in stanza, ad aprire stipi e porte segrete, a salire e scendere scale, a superare anditi, a circumnavigare armadi a muro, a occhieggiare le migliaia di volumi di un’antica biblioteca, a passeggiare per ampi saloni, a oltrepassare vari disimpegni, a pattinare corridoi e a pettinare tende. All’epoca della sua morte a Napoli il 14 giugno 1837, Giacomo era un illustre sconosciuto: venerato come poeta da una nicchia di letterati, in vita venne apprezzato da pochi e fu presto ritenuto un pensatore pericoloso (soprattutto dalla Chiesa) per l’approccio alla realtà. Di lui circolava solo un ritratto, a suo dire poco veritiero; i cenni biografici mancavano di parti importanti dell’esistenza; le illazioni erano già numerose e tanti accampavano diritti su scritti e pensieri. Da più di un secolo è nell’immaginario emotivo di tantissimi italiani. Resta impossibile esaurire Leopardi, comprenderlo e descriverlo nella sua esatta essenza. Leggerlo resta sempre prioritario ed essenziale (comunque periodicamente), visitarne la casa con un anfitrione competente una sana abitudine (massimo ogni dieci anni, meno per i corregionali), acquisirne elementi familiari, casalinghi e biografici appare ora molto divertente. Fatevi accompagnare, senza pregiudizi e senza illusioni, per cortesia.
Francesco Pilì Fabretti (Recanati, 1975) è da decenni un’esperta guida di casa Leopardi, anche operatore turistico, musicista, fumettologo, cicerone affettuoso. Al calar della notte nel luogo dove lavora di giorno ci accompagna con garbo, ironia e autoironia, non più condensando solo in quaranta minuti (più volte al giorno per quasi tutto l’anno) un nostro concittadino che molti apprezzano nel mondo e tanti frequentano nei variabili umori esistenziali. Dal centenario della nascita di Giacomo Leopardi, la sua casa natale è divenuta un museo che, seppur abitato ancora dai discendenti dell’ultimo dei suoi fratelli, è aperto al pubblico: studenti, comitive, coppie, sposini, amanti, famiglie, seminaristi e suore, ragazzi e anziani passano di lì, talora accanto a poeti, studiosi, letterati, artisti, intellettuali, amministratori, registi, attori, sportivi, ognuno rendendo a proprio modo omaggio al genio recanatese e qualcuno forse convinto di possederne ormai l’essenza, già prima o almeno dopo la visita. Questa volta è al tardo tramonto che ci si trova nell’androne ed è al chiarore della luna che si attraversano (fino all’inevitabile alba) la cucina della servitù, la Sala dei Manoscritti, la Biblioteca (mitica), lo Studio di Monaldo e, dopo un intermezzo per il rigido scalone, la Galleria, il giardino, le camere dei fratelli Carlo e Giacomo, il pomario, il convento delle monache. Si va anche in dispensa e sul tetto, dopo un intermezzo estero (“cirillico”), riferito all’avventurosa trasferta collettiva nella periferica tenuta russa di Lev Tolstoj per una mostra di gemellaggio. Ogni occasione è buona per approfondire le opere scritte di Giacomo; le sue relazioni in famiglia, padre madre fratelli sorella; amicizie e legami a Napoli o nel resto d’Italia; le eterne questioni del suo tentativo di fuga, di infatuazioni e patologie, della sua morte; l’attività di discendenti con nuova fertile immaginazione (in particolare la contessa Anna, suo figlio Vanni, sua nipote Olimpia); spunti su antichi custodi di memorie ed esperienze; alcuni casi di intellettuali a noi contemporanei che hanno “osato” cantarne le gesta (Carmelo Bene, Mario Martone, Sergio Rubini); spesso inframezzando con arguzia “probabili” irresistibili domande e osservazioni di concreti spontanei visitatori. Un volumetto delizioso dove s’impara molto, con colloquiale austera solennità, senza accademia.
Valerio Calzolaio




