
Ad Antonio Faeti il Riconoscimento Speciale del Premio Letteratura Ragazzi di Cento
4 Maggio 2026
Un successo con 13.217 visitatori a Montefalco: proroga la mostra “Steve McCurry – Umbria”
5 Maggio 2026Il 9 maggio è il giorno in cui l’Europa, settantasei anni fa, decise di cambiare il proprio destino. Nel 1950, alle sei del pomeriggio, nella sala del Quai d’Orsay a Parigi, Robert Schuman convocò la stampa per un annuncio che avrebbe segnato una svolta nella storia. Parlò con la lucidità di chi aveva visto l’orrore della guerra e con il coraggio di chi sceglie di guardare avanti. Disse che la pace mondiale avrebbe richiesto “sforzi creativi”, proporzionati ai pericoli del tempo, e che l’Europa sarebbe nata non in un solo istante, ma attraverso passi concreti, capaci di generare una “solidarietà di fatto”.
Quelle parole, pronunciate tra le macerie ancora vive del conflitto, aprivano la strada a un’idea nuova: trasformare ciò che aveva alimentato la guerra in un motore di cooperazione. Insieme a Jean Monnet, Schuman propose di mettere in comune carbone e acciaio, le materie prime della potenza militare. Da quella intuizione nacque la CECA, il primo mattone di un’Europa che imparava a convertire la rivalità in collaborazione, la paura in fiducia, la memoria in progetto.
Nel 76° anniversario della Dichiarazione Schuman, quella scelta appare ancora più straordinaria: un gesto morale, un atto di responsabilità verso il futuro, la prova che la pace nasce da decisioni coraggiose e visioni lungimiranti.
Quest’anno celebriamo anche un altro simbolo che parla al cuore dell’Europa: i 40 anni della bandiera europea, adottata nel 1986. Dodici stelle dorate su fondo blu, non per rappresentare Stati, ma ideali. Una bandiera che unisce, che ispira, che racconta un’identità costruita attraverso crisi, sfide, conquiste e ripartenze.
La sua storia affonda nel dibattito del Consiglio d’Europa del 1955, quando si cercò un emblema capace di rappresentare un continente che voleva superare le fratture del passato. Le dodici stelle, disposte in cerchio, non indicano un numero: evocano armonia, perfezione, completezza. Fu un gesto fondativo, un modo per dare forma visiva a un’Europa che aspirava a una coesione profonda, oltre le differenze linguistiche, culturali e storiche.
Nel tempo, la bandiera è diventata parte della vita quotidiana dei cittadini europei: sventola nelle piazze, nelle scuole, nelle ambasciate, accompagna trattati, vertici, celebrazioni. È un simbolo riconosciuto, sentito, condiviso.
Eppure, nonostante la sua forza evocativa, non ha ancora ottenuto un riconoscimento giuridico uniforme da parte degli Stati membri. Il Trattato di Lisbona non ha incluso i simboli nel testo principale; sedici Stati hanno sottoscritto la Dichiarazione n. 52, divenuti diciassette con la Francia nel 2017. Dieci Stati non hanno ancora formalizzato la bandiera come simbolo dell’Unione, e dove esiste una normativa essa è spesso frammentaria o poco efficace.
È un paradosso: un simbolo amato dai cittadini, ma non pienamente adottato dagli Stati. Eppure la bandiera europea non è un semplice ornamento: è identità, comunicazione, appartenenza. Parla di libertà, solidarietà, futuro condiviso.
In un tempo segnato da sfide globali e tensioni interne, l’Europa è chiamata a ritrovare slancio, visione, coesione. In questo quadro, il riconoscimento normativo della bandiera assume un valore strategico: non solo per uniformare, ma per unire, valorizzando le differenze e costruendo ponti tra le generazioni.
Risuona allora il motto dell’Unione: “In varietate concordia” — Unità nella diversità. Non uno slogan, ma una promessa: la pluralità come ricchezza, la coesione come obiettivo.
L’auspicio è che questa riflessione contribuisca a una nuova consapevolezza: che la bandiera europea non sia soltanto issata nei giorni di festa, ma sentita, riconosciuta nel quotidiano, custodita e valorizzata dalle istituzioni. Che diventi il simbolo di un’Europa viva, inclusiva, capace di affrontare con coraggio le sfide del presente e di costruire un futuro di pace, umanità e prosperità. Un futuro in cui le dodici stelle tornino a brillare più forti che mai, non solo come memoria di un ideale, ma come promessa concreta e speranza condivisa. Nel 1985, al Vertice di Milano, il 9 maggio fu scelto come Festa dell’Europa per fissare nella memoria collettiva il valore della Dichiarazione Schuman.
Oggi, in un mondo segnato da conflitti e nuove instabilità, questa ricorrenza richiama l’Europa come comunità di popoli unita da storia, cultura e destino condivisi.
Celebrare il 9 maggio significa rinnovare l’impegno a costruire un’Europa capace di essere ancora, come nel 1950, un progetto creativo all’altezza delle sfide del presente. Un’Europa che rimane il più grande progetto di pace mai realizzato nella nostra epoca.
Michele Fiaschi




