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26 Aprile 2026Ci sono temi che nascono quasi per caso e che, proprio per questo, risultano più difficili da mettere a fuoco. L’argomento che affrontiamo oggi: “L’insolita bellezza” è uno di questi. Non è la bellezza evidente, quella che tutti riconoscono senza sforzo, ma qualcosa di più sottile, che rischia di sfuggire se non ci si ferma un attimo.
Viviamo immersi in una realtà che spinge a correre, a raggiungere obiettivi, a inseguire modelli spesso irraggiungibili. In questo movimento continuo, ci accorgiamo sempre meno di ciò che ci passa accanto. Eppure, proprio lì, nelle pieghe della quotidianità, può nascondersi una forma di bellezza diversa, inattesa.
Ne ho parlato con lo psicologo Sergio Teglia, cercando di capire se questa “insolita bellezza” esista davvero o sia solamente una suggestione.
Dottor Teglia, oggi affrontiamo un tema non semplice: l’insolita bellezza. Stiamo parlando di qualcosa che riconosciamo subito oppure di qualcosa che impariamo a vedere col tempo?
Quello odierno è un tema difficile anche da presentare. Quando parliamo di insolita bellezza intendiamo qualcosa che, a prima vista, non definiremmo “bello” nel senso che comunemente viene dato a questa parola, ma di un qualcosa di indefinibile che, eppure, a un certo punto ci cattura. È una sensazione che ci incanta, quasi ci sospende: smettiamo di pensare e ci limitiamo a osservare, ascoltare, sentire. È un po’ come quel torpore piacevole che arriva quando siamo stanchi ma non possiamo ancora dormire: ci lasciamo andare, senza sforzo.
Può farci un esempio concreto?
Pensiamo a quando scarabocchiamo mentre siamo al telefono. Quei disegni, spesso astratti, non sono semplici scarabocchi: sono espressioni profonde. A volte, finita la telefonata, ci rendiamo conto che sono piccoli capolavori personali. Non vanno analizzati: sono semplicemente momenti di piacere puro.
Quindi non parliamo di bellezza estetica in senso classico.
Esatto. Dobbiamo quasi togliere la parola “bellezza” dal suo significato abituale. Qui parliamo di qualche cosa che può essere imperfetto, fuori dagli schemi, ma che ci affascina. È un momento profondamente soggettivo.
Perché anche ciò che non è perfetto può affascinarci?
Perché parla a noi, non agli altri. È un’esperienza personale. Prendiamo chi cucina con passione e ne racconta ogni dettaglio: gli ingredienti, i tempi di cottura, i sapori. Se siamo predisposti, quella descrizione ci coinvolge, quasi ci fa sentire il gusto della pietanza. Ma non è per tutti: serve la capacità di fermarsi, di ascoltare, di immaginare.
Quindi è un qualcosa di legato anche al ritmo della vita?
Molto. L’insolita bellezza è accessibile a chi sa rallentare, a chi prova piacere nelle piccole cose quali ad esempio la gentilezza di un barista che ci conosce e il suo caffè servito come piace a noi: sono momenti minimi ma pieni. Chi corre sempre non li vede nemmeno.
Esiste una forma di bellezza anche nelle esperienze difficili, come il dolore?
Qui bisogna distinguere. Nel dolore non parlerei di insolita bellezza. Piuttosto, può esserci il calore umano: la presenza degli altri, l’amicizia. Quello sì, è un vissuto positivo. Ma è qualcosa di diverso.
Quindi l’insolita bellezza è legata soprattutto alla vita quotidiana?
Sì, e spesso alla passione. Una persona che restaura un mobile con cura, che lavora lentamente, spiegando ciò che fa, può diventare affascinante da osservare. È la passione che trasforma un gesto normale in qualcosa di speciale.
Questo vale anche nell’insegnamento?
Certo. Ricordo un professore di matematica: materia razionale, ma che lui insegnava con passione. Non trasmetteva solo contenuti, ma il coinvolgimento emotivo. Si dice che un insegnante debba “erotizzare” la classe, nel senso positivo si intende, quale creare piacere nell’apprendere. Anche lì nasce una forma di bellezza.
In una società come la nostra, dominata dall’immagine e dalla ricerca della perfezione, stiamo perdendo questa capacità?
In gran parte sì. Viviamo in una società della solitudine, dove tutti inseguono qualcosa senza mai raggiungerlo. Questo ci allontana dalla capacità di fermarci e di chiederci: “Cosa voglio davvero oggi?” Senza questa domanda, l’insolita bellezza non può emergere.
Riconoscere queste piccole bellezze, può avere effetti sul benessere psicologico?
Certamente, e molto forti. Sono momenti di “riposo attivo”: il cervello smette di correre e si rigenera. Non è passività, è apertura. Può essere un suono, un gesto, una scena quotidiana. Bisogna però essere disponibili ad accoglierli.
L’insolita bellezza non è quindi qualcosa che si cerca.
Esatto, arriva. Però occorre essere pronti. Se ci lasciamo travolgere dalla vita, non la vedremo mai. È come respirare aria di montagna: quella sensazione non ci arriva per caso, dobbiamo decidere di fermarci ad assaporarla.
Un’ultima curiosità: la bellezza “classica”, quella universalmente riconosciuta, come si lega a questo discorso?
È un’altra cosa. Un capolavoro può lasciarci senza parole per la sua perfezione, ma l’insolita bellezza sarebbe stata osservare il lavoro di chi lo ha creato, il processo di ricerca, la passione che era dietro. È lì che nasce qualcosa di ancora più profondo.
Quindi possiamo dire che l’insolita bellezza è anche un modo di guardare il mondo.
Esattamente. È uno sguardo, e, aggiungo, uno sguardo sempre più raro.
Quello che emerge da questa conversazione è, in fondo, un invito semplice ma tutt’altro che scontato: rallentare. Non per fare meno, ma per vedere di più. L’insolita bellezza non si impone, non si cerca con ostinazione e non si può esibire. Accade. E accade solo se lasciamo uno spazio vuoto tra un impegno e l’altro, tra un pensiero e il successivo. Forse non cambierà la nostra vita in modo clamoroso, ma può modificarne la qualità, anche solo per qualche minuto. E, a ben pensarci, in un tempo che corre sempre più veloce, non è poco.
I lettori più attenti avranno notato un cambiamento nel ritmo di pubblicazione delle nostre interviste, che da quindicinali sono diventate mensili.
Si tratta di una scelta precisa. Nel tempo abbiamo avuto la sensazione di avvicinarci, almeno nei temi, a quanto già proposto da altre riviste e blog. Pur con contenuti diversi, il rischio di ripetizione era reale.
Abbiamo quindi deciso di prenderci più tempo, con l’obiettivo di proporre argomenti più approfonditi e, per quanto possibile, più distintivi.
Se riusciremo davvero in questo intento, sarete come sempre voi lettori a dircelo.
Grazie per averci seguito.
Enrico Miniati e Sergio Teglia




