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8 Aprile 2026L’incontro di giovedì 26 marzo presso la Biblioteca Lazzerini, incluso nel programma di Met Jazz 2026, storica rassegna organizzata dal Teatro Metastasio di Prato, è stata una preziosa occasione per parlare di una importantissima uscita editoriale. La serata è stata infatti dedicata a “Storia del jazz. Una prospettiva globale” (Quodlibet, 2025, pag. 1000), opera di Stefano Zenni, che ha per l’occasione dialogato col critico musicale Neri Pollastri.
Zenni – direttore artistico, per ben 27 anni, fino all’anno scorso, dello stesso MetJazz, attualmente diretto da Enrico Romero e Giuseppe Vigna – è uno dei più noti e importanti musicologi in ambito afroamericano. Titolare della cattedra di Storia del jazz presso il Conservatorio di Bologna, dirige il Torino Jazz Festival. E’ autore di importanti libri su Louis Armstrong, Herbie Hancock, Charles Mingus. Tra le sue opere possiamo inoltre ricordare I segreti del jazz (Stampa Alternativa) e il saggio Che razza di musica. Jazz, blues, soul e le trappole del colore (EDT). Tiene con successo conferenze divulgative in tutta Italia. A lungo collaboratore di Musica Jazz e del Giornale della Musica, redige le voci jazz per Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani) e del Grove Dictionary of Jazz. E’ stato candidato ai Grammy Awards come autore delle migliori note di copertina. Collabora da oltre 30 anni con Rai Radio3.

Copertina Storia del Jazz
Nel suddetto, monumentale volume, risultato di una vita di ricerche, l’autore rielabora, amplia e aggiorna – integrando l’influenza dell’elettronica e le connessioni con hip hop e world music, le figure di spicco della scena contemporanea negli Stati Uniti e l’emergere di nuove aree geografiche e stilistiche – il lavoro svolto in una precedente opera, edita nel 2012 per Stampa Alternativa, già considerata uno dei migliori manuali per ricostruire una storia complessa e variegata come quella del jazz. Questa nuova edizione utilizza appunto un approccio globale, mettendo in luce i fattori sociali, economici, artistici che hanno permesso al jazz di diffondersi così ampiamente.
Nel parlare di un argomento così multiforme, complesso e affascinante, uno dei primi aspetti che si pone è proprio definire i confini della trattazione: “Possiamo dire che non esiste un’essenza del jazz – ha spiegato Zenni – La parola jazz è un’etichetta applicata a musiche molto diverse, a seconda delle epoche. Mi sono dunque chiesto di cosa dovevo parlare in questo libro e ho scelto questo criterio: parlare di quelle musiche che, nella loro epoca, erano considerate jazz”.
“La prima cosa che non volevo fare era lavorare per casi di studio – ha spiegato inoltre l’autore – un approccio, questo, tipico degli studiosi anglosassoni, che consiste nell’indicare, nel capitolo dedicato, uno specifico pezzo che dovrebbe essere rappresentativo dell’opera di un autore. Per quanto mi riguarda, invece, sono cresciuto con l’opera di Arrigo Polillo [giornalista e critico musicale, autore del fondamentale Jazz – La vicenda e i protagonisti della musica afro-americana (1975). (NdR)], dal quale ho imparato a vedere indicati per ogni artista, i dischi più importanti da ascoltare, vale a dire un canone. In più di vent’anni di insegnamento, ho riscontrato l’esigenza degli studenti di avere uno strumento per selezionare gli ascolti che contano; questo vale a maggior ragione oggi, essendo venuta meno l’intermediazione di critici e riviste”.
Un altro dei principali elementi caratterizzanti l’approccio del libro è l’idea che “il jazz nasce come una musica afroamericana, ma come ha affermato uno studioso, il giorno dopo era già una musica globale. Il giorno dopo che il jazz è arrivato nei negozi di musica, si suona jazz a Parigi, Milano (il primo disco jazz italiano è del 1919), San Pietroburgo, Bombay, Shanghai, Il Cairo, Buenos Aires. Il jazz, negli anni venti, come mostra una mappa presente nel libro, lo si trovava spesso nei luoghi di grande interscambio del capitalismo globale, dove passano navi, treni, persone, merci. In tali contesti era presente un’industria del divertimento, e negli anni ’20 dove c’era un’industria del divertimento, c’era il jazz”.
Zenni ha inoltre segnalato due ulteriori aspetti che sono stati approfonditi, rispetto alla prima edizione: “Ho ampliato lo spazio dedicato al mondo femminile del jazz, ma non in un’ottica di quote rosa: si trattava di individuare musiciste importanti e trascurate, senza per questo fare un capitolo a parte per le donne nel jazz, ma inserendole nella narrazione storica e ricordando, laddove era il caso, le discriminazioni delle quali erano state fatte oggetto. Inoltre, in un’ottica per l’appunto globale, troviamo maggiore approfondimento sull’Africa, dove non c’è stato molto jazz, ma quello che c’è stato ha poi fatto nascere tantissima musica africana importante”.
Non è mancata una riflessione sullo stato attuale di questa musica: “Possiamo dire che il jazz oggi gode di ottima salute, perché è onnipresente. Nella scena musicale contemporanea vediamo due diversi approcci in questo senso: da una parte musicisti che si riconoscono nella storia del jazz e se ne sentono parte, a prescindere dal loro specifico musicale, dall’altra musicisti che usano il jazz come colore, ingrediente”.
Jacopo Golisano




