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30 Marzo 2026Dentro di noi
In un tempo dominato dalla velocità, dall’esposizione continua e dal bisogno di apparire, fermarsi a guardarsi dentro diventa un esercizio raro, spesso evitato. Eppure è proprio in quello spazio silenzioso e poco frequentato che si muovono pensieri, emozioni, paure e verità che incidono profondamente sulla nostra vita. Di questo abbiamo parlato con il dottor Sergio Teglia, psicologo e psicoterapeuta, con il quale abbiamo cercato di esplorare cosa significhi davvero “dentro di noi”: non una formula astratta, ma un percorso concreto, fatto di consapevolezza, fatica e, talvolta, anche di resistenza. Ne è nata una riflessione che tocca aspetti quotidiani, spesso trascurati, ma decisivi per comprendere meglio noi stessi e il nostro modo di stare al mondo.
Dottor Teglia, quando parliamo di “dentro di noi”, di cosa stiamo parlando esattamente? Pensieri, emozioni, ricordi, paure, oppure c’è qualcosa di ancora più profondo?
È questo un tema che affronteremo in modo molto personale, basandoci soprattutto sull’esperienza della propria vita e di ciò che le relazioni con gli altri ci hanno lasciato. “Dentro di noi” è un luogo che, se lo si cerca davvero, può essere sia gradevole sia doloroso. È uno spazio fatto di scoperte, ma anche di conferme. Non è un posto facile da frequentare: spesso viene evitato, messo a tacere, perché può creare disagio, imbarazzo, sofferenza. Oggi, in un mondo centrato sull’apparire e sul consenso, guardarsi dentro è un’operazione faticosa, quasi uno spogliarsi. È molto più semplice restare in superficie. Possiamo immaginarlo come una casa bella all’esterno, curata, ma dentro la quale si ha paura ad entrare.
Molti dicono di conoscersi bene, ma poi nelle difficoltà reagiscono in modo inatteso. Quanto è illusoria l’idea che abbiamo di conoscerci?
Ci conosciamo davvero solo quando accettiamo i nostri limiti e lavoriamo per migliorarci, non per piacere agli altri ma per noi stessi. Conoscere i propri difetti e pregi, senza sconti, rafforza anche la capacità di affrontare le difficoltà. L’idea di conoscersi non è semplice: è facile dirlo, molto meno viverlo.
Spesso attribuiamo i nostri problemi a cause esterne. Quanto invece nasce da ciò che portiamo dentro e non vogliamo vedere?
Moltissimo. Dare la colpa all’esterno è più comodo e meno faticoso. Ma la vera salute psicologica nasce dalla scelta di guardarsi dentro. In questo senso, una buona psicoterapia o anche un’amicizia profonda possono aiutare molto. Il punto è scegliere di farlo, non arrivarci solo quando si è costretti.
Che ruolo ha il silenzio in questo percorso?
Il silenzio è fondamentale. Nel silenzio emergono le voci interiori, le paure, le ferite. Il silenzio permette di non raccontarsi storie e di avvicinarsi a una verità più autentica. A volte, aggiungo, sono eventi forti, anche dolorosi, come un lutto, a costringerci a togliere il superfluo e a guardare davvero dentro.
Guardarsi dentro può essere scomodo e doloroso. Perché tendiamo a evitarlo?
Perché viviamo in una realtà piena di rumore, di apparenza e spesso di solitudine affettiva. Guardarsi dentro può aumentare ansia e tristezza, almeno all’inizio. È come fare pulizia: si scoprono parti di sé che non piacciono. Ma, una volta iniziato il percorso, si sta meglio. Si torna ad apprezzare le cose semplici: la salute, le relazioni vere, la vita quotidiana.
Quanto il “rumore esterno” – social, informazioni continue, distrazioni – rende difficile questo ascolto interiore?
Moltissimo. L’eccesso di stimoli porta a una sorta di apatia: serve sempre qualcosa in più per stare bene, e niente basta mai. Questo rumore riempie il vuoto, ma in modo artificiale. È come acqua ferma che ha il bisogno continuo di essere rinnovata, altrimenti si deteriora. Le emozioni, anche quelle scomode, sono invece ciò che mantiene vivo il movimento interiore.
Che consigli possiamo dare a chi vuole iniziare questo percorso?
Cercare il silenzio. Allontanarsi, almeno per momenti, dal rumore continuo, tornare alla natura, ai suoni semplici. Anche stare in macchina senza musica, oppure frequentare luoghi dove il silenzio è naturale, sono condizioni che facilitano l’ascolto di sé.
Ma davvero vogliamo davvero conoscerci, oppure ci piace solo l’idea di farlo?
Spesso ci piace l’idea. Dire “mi conosco” è già, in molti casi, un segnale che non è così. Conoscersi davvero è un processo lungo, graduale, spesso innescato da delusioni o da incontri significativi, e soprattutto, non occorre vantarsene. Richiede anche una scelta: ridurre certe relazioni superficiali e dare spazio a legami più autentici. Non significa isolamento, ma maggiore selettività. Chi intraprende questo percorso sviluppa un dialogo interiore più solido. E questo si riflette anche nel benessere generale: ad esempio nel sonno, nella minore necessità di ricorrere a soluzioni esterne per gestire ansia e disagio. Non è una strada facile, ma è una strada che porta a una vita più coerente con ciò che si è davvero.
Quello che emerge da questa conversazione con il dottor Teglia è che il viaggio “dentro di noi” non è né immediato né a volte rassicurante. È un percorso che richiede tempo, disponibilità al dubbio e una certa dose di coraggio, perché implica il confronto con parti di sé che spesso preferiremmo ignorare. Eppure, è proprio in questo confronto che si costruisce una maggiore consapevolezza e, con essa, un equilibrio più autentico. Non si tratta di arrivare a una conoscenza definitiva di sé, ma di mantenere aperto un dialogo interiore onesto, capace di accompagnarci nelle diverse fasi della vita. E in un contesto che spinge costantemente verso l’esterno, scegliere di rivolgere lo sguardo verso l’interno resta sì un atto controcorrente, ma forse anche uno dei pochi davvero necessari.
Grazie per averci seguito.
Enrico Miniati




