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15 Febbraio 2026Sentirsi inferiori e non esserlo
Sentirsi inferiori. Quando un’emozione diventa una gabbia. Il senso di inferiorità è un’esperienza comune, quasi universale. Ma quando smette di essere un’emozione passeggera e diventa una convinzione stabile su se stessi, può trasformarsi in una prigione invisibile. In questa intervista, lo psicologo e psicoterapeuta Sergio Teglia ci aiuta a distinguere tra normale insicurezza e complesso di inferiorità, analizzandone le origini, le conseguenze e le possibili vie di uscita.
Dottor Teglia, in psicologia, come viene definito il senso di inferiorità?
È importante distinguere tra sentimento di inferiorità e complesso di inferiorità.
Il sentimento di inferiorità è un’emozione temporanea: può emergere quando ci troviamo davanti a un compito difficile o a una situazione nuova. In questi casi, il sentirsi non all’altezza tende a ridursi con l’impegno e l’esperienza.
Il complesso di inferiorità, invece, è qualcosa di più profondo e duraturo. È una condizione psicologica caratterizzata da una sensazione stabile di inadeguatezza, spesso accompagnata da una bassa autostima e dalla convinzione di non essere capaci in molte situazioni della vita.
Questa percezione di inferiorità da dove nasce?
Quando parliamo di complesso di inferiorità, entriamo nel campo della psicologia clinica. Il disagio psicologico nasce spesso quando una persona riceve una richiesta che percepisce come impossibile da affrontare, troppo alta per lui.
Se la difficoltà è reale, per esempio parlare una lingua sconosciuta, il disagio è comprensibile. Ma quando la richiesta è modesta e la persona si sente comunque incapace, allora siamo di fronte al complesso di inferiorità. In questi casi il pensiero dominante è: “Tanto non ce la farò”. Ed è questo che blocca tutto.
È qualcosa che costruiamo dentro di noi?
Sì, ma non nasce dal nulla, deriva quasi sempre da esperienze relazionali, educative sperimentate durante l’infanzia. Ad esempio mancanza di conferme, di apprezzamenti, di presenza emotiva da parte dei genitori, oppure esperienze di conflittualità grave, violenza assistita, traumi o abusi.
Tra i 3 e i 6 anni si formano le mappe cognitive ed emotive (come afferma il prof. U. Galimberti): come percepiamo il mondo e come lo sentiamo. Se un bambino cresce senza mai ricevere un “bravo”, ma solo svalutazioni o assenze, interiorizza l’idea di non essere adeguato. E se la porta dietro anche da adulto.
L’ambiente può fare qualcosa per evitare questo esito?
Certamente. Un esempio semplice è il concetto di autoefficacia.
Quando un genitore chiede al bambino di aiutare in piccole cose e poi lo gratifica, rafforza in lui la sensazione di essere capace. Lo stesso vale ,ad esempio, anche per i disegni, anche se sono solo scarabocchi: valorizzarli, esporli in casa, significa dire al bambino “tu conti”.
Se queste conferme mancano, la scuola e le altre agenzie educative possono compensare, ma non sempre ci riescono. Quando falliscono anche quelle, il disagio cresce.
Chi si sente inferiore è consapevole di questa condizione?
Non sempre. Ma quando arriva la consapevolezza, è già un passo avanti. Essere consapevoli significa poter chiedere aiuto. Restare inconsapevoli, invece, equivale spesso a rinunciare a una vita più piena.
Io spero che chi si sente costantemente incapace abbia l’umiltà e il coraggio di rivolgersi a qualcuno. Non sempre si elimina il problema, ma si può ridurre, e questo cambia molto la qualità della vita.
Quanto incide il confronto continuo con gli altri, oggi?
Incide moltissimo. Viviamo circondati da modelli irrealistici: bellezza, successo immediato, prestazioni perfette.
Chi ha un buon senso critico riesce a capire che si tratta di stereotipi spesso omologatori. Chi non lo ha, invece, li prende come metro di paragone e si sente inevitabilmente inferiore.
Il pensiero critico va educato fin da piccoli, soprattutto oggi, per evitare che la realtà virtuale diventi l’unico riferimento.
Anche nelle relazioni affettive il senso di inferiorità può emergere?
Molto spesso. Capita, per esempio, che una persona cerchi di apparire diversa da ciò che è pur di conquistare l’altro. Questo può portare a situazioni dolorose, come vivere il confronto con relazioni passate del partner, confronto spesso perdente.
Essere se stessi è fondamentale. L’autostima non significa sentirsi superiori, ma conoscere i propri limiti e accettarli.
Autostima e resilienza: come si costruiscono?
Con il tempo, con l’impegno e con le esperienze. La resilienza si sviluppa dando regole e presentando conseguenze. Un figlio che sperimenta le conseguenze delle proprie azioni in un ambiente protetto, come quello della famiglia, impara a reggere le difficoltà poi del mondo esterno.
L’autostima nasce anche dalla capacità di accettare le sconfitte e usarle per migliorarsi.
Quali sono i segnali sociali del complesso di inferiorità?
Ansia nelle relazioni, timidezza eccessiva, isolamento, paura del giudizio. A volte compare il perfezionismo come forma di compensazione: tutto deve essere perfetto all’esterno per tenere a bada il caos interno.
Esiste una via d’uscita?
La parola chiave per iniziare a uscirne è volersi bene. Serve poi un gran desiderio di farlo e una spinta emotiva forte. Questa può nascere anche da un lutto, da un’amicizia significativa, dall’attenzione del medico di famiglia, o dalla decisione di intraprendere un percorso psico terapico.
La psicoterapia è come rientrare in stanze chiuse da anni: si fa ordine, si elimina ciò che non serve più, si aprono finestre. Entra aria nuova.
Non è mai troppo tardi, anche a 70 anni. Ma è una strada impegnativa e talvolta può richiedere anche un supporto farmacologico.
Dottor Teglia, vuole regalarci una frase finale che possa essere quasi un sunto di quanto ci ha appena detto?
Ci provo con una frase di un presidente degli Stati Uniti, Eleanor Roosevelt: «Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso».
Oggi abbiamo appreso come il complesso di inferiorità non sia né una colpa né una condanna definitiva, ma una ferita antica che continua a farsi sentire nel presente. Riconoscerla, comprenderla e affrontarla significa restituirsi la possibilità di una vita meno difensiva e più autentica. Spazio dunque alla speranza, ma anche alla consapevolezza che è possibile uscirne.
Grazie per averci seguito.
Enrico Miniati




