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Timidezza: un sentimento antico, spesso trattato con leggerezza o ironia, ma che per chi la vive può diventare un limite reale. È un tratto del carattere, una condizione psicologica, o entrambe le cose? Ne abbiamo parlato con il dottor Sergio Teglia, psicologo e psicoterapeuta, per capire se la timidezza è un piccolo handicap che resta con noi per sempre o può trasformarsi, come molte altre nostre emozioni, in una risorsa?
Dottor Teglia, la timidezza è spesso considerata un tratto del carattere più che un problema, forse anche affrontandola con superficialità. Ma è davvero qualcosa di “innato”, o può essere legata anche alle esperienze di vita o ai contesti educativi?
La parola timidezza deriva dal latino timidus, a sua volta legato al verbo timere, cioè “aver paura”. In questo caso significa temere il confronto e il rapporto con gli altri.
È un tratto della personalità che possiamo definire, dal punto di vista psicologico, come una forma di disagio o di insicurezza nella socialità: il timore del giudizio, la sensazione di essere inadeguati.
Le ricerche ci dicono che esiste una predisposizione genetica, ma contano molto anche i fattori ambientali: esperienze di bullismo, critiche eccessive, mancanza di autostima o esperienze negative nell’infanzia. Non è una malattia, ma può creare nel tempo sentimenti di impotenza, frustrazione e solitudine. Non è per sempre: può essere ridotta e gestita meglio, anche se eliminarla del tutto è difficile.
Nella sua prima risposta, che per motivi di spazio ho dovuto “condensare”, ha citato personaggi famosi come Einstein, Manzoni, Churchill, Beethoven, Bartali o Mandela: tutti timidi, eppure, allo stesso tempo, figure forti e carismatiche. Esistono dunque diversi gradi o forme di timidezza?
Sì, la timidezza si manifesta in molti modi. Può essere arrossire facilmente, la cosiddetta eritrofobia; oppure avere difficoltà verbali o movimenti impacciati. Chi ne soffre tende a “guardarsi nello specchietto retrovisore”, cioè a controllarsi continuamente, convinto che ogni suo gesto o parola sia osservato e giudicato dagli altri. Col tempo questo può diventare un condizionamento vero e proprio, fino a trasformarsi in fobia sociale: il bisogno di evitare gli altri, di isolarsi, il sentirsi sempre fuori posto. Esistono poi varie altre forme di timidezza quali ad esempio quella quotidiana, quella che emerge nei rapporti con colleghi o vicini; quella di visibilità, quando si teme di essere sempre osservati; d’amore, la difficoltà di avvicinarsi a una persona che ci piace, e la fobia sociale, che è la forma più grave.
I timidi, però, sono spesso persone molto sensibili, empatiche, capaci di ascoltare davvero. Questa loro ricchezza interiore può trasformarsi in un limite solo quando li porta a sentirsi costantemente inadeguati. La timidezza diventa un problema quando condiziona la vita: quando impedisce di stabilire relazioni o di affrontare certi ruoli, come parlare in pubblico o esporsi professionalmente.
C’è un confine tra la naturale riservatezza e la timidezza vera e propria?
Assolutamente sì. Il punto di distinzione è il voler fare qualcosa e non riuscirci.
Se una persona desidera comunicare, partecipare o aprirsi, ma non riesce per paura o senso di inferiorità, allora siamo di fronte a una timidezza che condiziona e crea frustrazione.
Una persona semplicemente riservata, invece, sceglie di restare nel proprio spazio: e questa non è paura, è appunto riservatezza.
Ha detto che la timidezza si può gestire. Come si fa? È dunque possibile “curarla”?
Non parlerei di cure o di guarigione, perché non è una malattia. Si può però imparare a conviverci e a superarne gli effetti, magari con l’aiuto di uno psicoterapeuta. Il fai da te funziona solo nei casi lievi, ma quando la timidezza diventa limitante, serve un supporto esterno.
L’obiettivo non è eliminare la timidezza, ma capirne le radici, aumentare l’autostima e dotarsi di strumenti per gestire meglio le emozioni. Una tecnica utile, ad esempio, può essere il training autogeno, messo a punto dallo psicologo tedesco Schultz: attraverso esercizi di rilassamento e visualizzazione si possono affrontare con più serenità le situazioni che generano ansia. È come aprire una stanza chiusa da tempo, far entrare aria nuova e alleggerirsi.
Viviamo in un’epoca dominata dai social, dove tutti sembrano voler apparire. Come si colloca la timidezza in questo mondo “esibizionista”?
Una piccola dose di timidezza, oggi, è quasi un valore. Nei secoli passati era persino considerata una qualità: nel Medioevo o, secoli dopo nel Romanticismo, la timidezza — soprattutto quella femminile — era vista come un segno di sensibilità. Le persone timide spesso ascoltano meglio, sono più attente agli altri, più empatiche. Oggi, invece, questi aspetti vengono sovente svalutati, e chi è timido può diventare bersaglio di esclusione soprattutto tra i giovani.
Anche per questo i social offrono a volte uno spazio sicuro, perché nascondono il corpo e la presenza fisica, ma possono diventare anche una trappola. Cito ad esempio il fenomeno del catfishing, la creazione cioè di identità false per nascondersi dietro un personaggio virtuale. In questo modo si perde contatto con la realtà, si crea una frattura tra il vero sé e il sé costruito. Come dico sempre, la tecnologia e la stessa intelligenza artificiale non sono nemiche: dipende tutto dall’uso che ne facciamo. Se siamo noi a guidarle, possono essere strumenti preziosi; se ci lasciamo guidare, diventano pericolose.
Ha citato alcune frasi molto belle sulla timidezza. Ce ne regala qualcuna per concludere?
Volentieri. C’è un aforisma che mi piace molto: “La timidezza è qualcosa che sta tra la voglia di correre e la paura di inciampare.”
Un altro dice: “Non esistono domande imbarazzanti, ma solo risposte imbarazzanti.”
E infine questo, che trovo perfetto per i nostri tempi: “Non sai quanto mi piace la timidezza in questo mondo di esibizionisti.”
Un’ultima curiosità: tra la timidezza d’altri tempi e la sfacciataggine moderna, quale preferisce?
Senza dubbio la timidezza d’altri tempi. Quella che nasce da un’emozione autentica, da un’attenzione verso l’altro e verso se stessi. La sfacciataggine, spesso, è solo paura travestita da insicurezza. E ricordiamo una cosa importante: la timidezza non è introversione.
L’introverso è una persona riflessiva, che trova energia dentro di sé; il timido, invece, è bloccato dal giudizio. L’introversione, se ben gestita, può essere una grande risorsa.
L’importante è conoscersi e coltivare la propria intelligenza emotiva, che è parte essenziale del “prendersi cura di sé”.
Anche oggi abbiamo colto un insegnamento dalle parole del nostro esperto: essere timidi non significa affatto essere deboli. Spesso dietro la timidezza si nascondono sensibilità, capacità di ascolto e profondità emotiva. Imparare a gestirla, senza volerla cancellare, può trasformarla in un punto di forza. E in un’epoca in cui tutti vogliono mostrarsi, forse la vera autenticità appartiene proprio a chi sa ancora arrossire.
Grazie per averci seguiti
Enrico Miniati




