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30 Novembre 2025Il buio e noi.
“Nel buio le cose prendono forma prima di mostrarsi alla luce.” Questa frase di un ignoto, potrebbe essere il punto di partenza ideale per affrontare un tema che, da sempre, accompagna l’essere umano: l’oscurità, esterna e interna. Nel corso della nostra storia il buio è stato temuto, combattuto, interpretato, ma anche cercato. In questa intervista lo psicologo Sergio Teglia ci aiuta a guardare il buio con occhi diversi, lasciando spazio a riflessioni che toccano la crescita, la creatività, la quotidianità e il nostro modo di stare al mondo, oggi più che mai immerso in una luce continua.
Il buio e noi… è un titolo che già dice molto. In questa nostra conversazione parliamo di un doppio buio: quello reale, la mancanza di luce, e quello interiore. Partiamo dal primo dottor Teglia. Perché fin da bambini la paura del buio è così diffusa? E perché a volte ce la portiamo dietro anche da adulti?
La paura del buio nel bambino è una paura normale, direi quasi innata. Per un piccolo il buio significa abbandono e solitudine. Non vede, non distingue, non sa cosa lo circonda. È una paura antica, che ha accompagnato anche gli uomini primitivi: senza luce erano vulnerabili, mentre la scoperta del fuoco ha permesso loro di sopravvivere. Nel bambino, quindi, il buio richiama l’assenza del genitore, la sensazione di non essere protetto.
Per fortuna ci sono strumenti che aiutano ad affrontarla: la lucina accesa, il genitore che rimane accanto finché il bambino si addormenta, una carezza, l’oggetto transizionale – il peluche, la copertina – che rassicura. Anche imparare a dormire da soli è un passaggio importante. Non è solo “vai nel tuo letto”: è un messaggio di fiducia, come dire “io so che ce la farai”. Una piccola iniezione di autostima, in fondo.
Negli adulti il discorso cambia, ma non troppo. La paura può restare per due motivi principali: un’educazione iperprotettiva – che ha fatto evitare tutte le difficoltà, compreso il buio – oppure esperienze infantili difficili: traumi, lutti, malattie. E poi, ogni tanto, la paura si ripresenta, magari in periodi di fragilità. È un tema più comune di quanto sembri.
Passiamo al secondo tipo di buio: il buio interiore. Che cosa rappresenta?
Anche qui i significati sono tanti. Il buio interiore può essere mancanza di speranza, fatica, depressione. È l’assenza di punti di riferimento interiori: non sai dove andare, non trovi appigli. Ma esiste anche un lato positivo. Il buio, se scelto, può essere un luogo di bilancio, di ascolto. Il silenzio e la penombra aiutano a riflettere, a “sentire” il corpo, a capire cosa sta succedendo dentro.
Le tecniche di rilassamento, ad esempio, usano spesso la penombra proprio perché facilita il dialogo interiore. Per questo possiamo dire che esiste un “buio buono”: quello che ci permette di fermarci e pensare.
Oggi viviamo in un mondo iperilluminato. Luci artificiali ovunque, smartphone, schermi… Questo come influisce sulla nostra capacità di ascoltarci?
Qui entra in gioco quello che si chiama inquinamento luminoso. La troppa luce frena la produzione di melatonina, un ormone prezioso: regola il sonno, ha funzioni antinfiammatorie, ci aiuta a ristabilire i ritmi. Se la notte è illuminata come il giorno, il sonno peggiora e tutto ne risente: memoria, umore, concentrazione, relazioni, anche la prestazione sportiva.
Il sonno è un nutrimento, per la mente e per il corpo. E il buio ne è la condizione naturale. Senza buio dormiamo peggio, e se dormiamo peggio viviamo peggio.
Il buio ci fa perdere i contorni di ciò che ci circonda. Può essere una cosa buona? Può aiutarci a ritrovare i contorni di noi stessi?
Sì, non c’è altro da aggiungere: è proprio così. Nel buio ci arrivano le nostre voci interiori. Noi spesso siamo impegnati in attività esterne, obblighi, prestazioni. Ma questo ci ruba spazio per ascoltarci. Il buio invece – quello non minaccioso – ci permette di farlo. Gli uomini primitivi, la sera, seduti davanti al fuoco, parlavano, disegnavano nelle caverne. Per secoli, il buio serale è stato il momento del racconto, dello stare insieme, dello scambio. Oggi lo viviamo poco, travolti dalle luci artificiali.
E poi c’è un pensiero molto bello che trovo perfetto per questo tema. Una scrittrice, Lucrezia Bea, dice: «Cammina nel buio, ma non lasciare che il buio cammini dentro di te.» È una frase che riassume tutto.
Molti artisti, da Caravaggio in poi, hanno trovato ispirazione proprio nel buio. Anche tanti scrittori e studenti dicono di lavorare meglio di notte. Perché?
Perché il buio scelto – quello non temuto – stimola la creatività. Ci sono molte ricerche che lo confermano. Il silenzio, l’assenza di distrazioni, il mondo esterno che finalmente tace: tutto questo libera lo spazio mentale. Qualcuno studia meglio di notte, qualcuno scrive, qualcuno crea. È un buio generativo, non spaventoso.
Naturalmente non va confuso con il buio che genera sofferenza: le persone con depressione o forte ansia spesso nel buio stanno male. Ma se non c’è questa sofferenza, il buio può essere un alleato.
Ultima domanda. Il buio ci rende più vulnerabili. Rumori amplificati, fantasie, paure irrazionali… Come possiamo convivere con la paura del buio senza esserne travolti?
La prima cosa è non sentirsi deboli. Avere paura del buio è normale: tutti lo temiamo, chi più chi meno. Accogliere la paura significa riconoscerla: “ok, per me questa cosa è difficile”. Poi bisogna chiedersi da dove arriva: da un’esperienza passata? Da un racconto che ci ha segnato? O è semplicemente il timore dell’ignoto?
Di notte tutto si amplifica: il tarlo nel legno diventa un ladro, una goccia d’acqua sembra un passo. È umano. Ma quando la paura arriva al punto da impedirti di dormire, o ti costringe ad andare a letto tardissimo per rimandarla, allora è il caso di fare qualcosa: melatonina, se indicata, oppure qualche seduta di psicoterapia per capirne l’origine.
Ma ricordiamoci una cosa semplice: nel buio siamo tutti un po’ timorosi. E in fondo va bene così. Il problema non è il timore, che è naturale; il problema è quando la paura diventa così forte da impedirti di vivere serenamente.
Il buio, come ci ricorda il dottor Teglia, non è solo un luogo di vulnerabilità, ma anche un’occasione di conoscenza. Accettarlo, conoscerlo e imparare a starci senza esserne travolti significa accogliere una parte naturale di noi stessi. Che sia il buio della notte o quello dei momenti difficili, possiamo farne uno spazio di ascolto, creatività e rinascita. La luce serve per vedere fuori, il buio – quando non ci spaventa troppo – ci aiuta a vedere dentro.
Grazie per averci seguiti.
Enrico Miniati




