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16 Novembre 2025Chi educa oggi, i genitori o il virtuale? Rischi o vantaggi
Viviamo in un’epoca dove i giovani imparano il mondo attraverso schermo sotto gli occhi. I modelli che li formano non sono più soltanto la famiglia o la scuola: ci sono influencer, stream, giochi virtuali, commenti lampo e verità confezionate. La domanda di oggi che poniamo all’attenzione del nostro esperto è semplice e scomoda: chi educa i giovani, i genitori o il virtuale? Non è una questione tecnologica, ma morale e relazionale. Non si tratta solo di insegnare a usare un’app o impostare limiti: si tratta di capire chi plasma i desideri, le paure, le attese dei ragazzi. Quando l’apparenza vince sui contenuti, quando il successo si misura in like, quando tutto diventa immediato, che spazio resta per la fatica, per l’attesa, per la cura reciproca? Chiederemo al dottor Sergio Teglia di aiutarci a riflettere su questo punto cruciale: non per demonizzare la rete — che offre risorse vere — ma per capire come la presenza umana, il gesto concreto dei genitori e delle comunità possa continuare a fare la differenza. E con lui discuteremo non di strumenti, ma di autorevolezza educativa, di chi ha oggi il compito reale di formare i giovani e come può esercitarlo con efficacia e responsabilità.
Dottor Teglia, la realtà di oggi è ormai tutta basata sull’informatica e sul virtuale. Social, network, videogiochi, influencer, sono i modelli e gli esempi che i giovani seguono. Mentre un tempo la scuola e la famiglia avevano un ruolo centrale nell’educazione, oggi, a parte la scuola, chi educa davvero i ragazzi?
Domanda, necessaria, la risposta deve essere chiara: educa il gruppo sociale primario, cioè i genitori e la famiglia. Non a caso si chiama così. Poi c’è la scuola, dove si socializza e si incontrano insegnanti molto spesso “in gamba”, quelli che ricordano Platone, quando diceva che “la mente si apre solo se prima si apre il cuore”. E ci sono poi gli educatori del tempo libero, che hanno un ruolo specifico. Ma una cosa possiamo affermarla con certezza: il virtuale da solo non educa. È solo uno strumento che possiamo usare in modo consapevole, con tempi ben definiti e con spirito critico.
Oggi, però, il tempo che i ragazzi trascorrono nel virtuale è spesso molto superiore a quello vissuto in famiglia. È raro che un giovane passi del tempo a parlare con i genitori, mentre è più facile che si attacchi al telefonino per stare con gli “amici” e ricevere o scambiare dei “like”. Come possono i genitori recuperare il loro ruolo di guida?
Devono innanzitutto sapere che il loro ruolo è vitale, perché tra i 3 e i 6 anni si forma l’identità del bambino: è la cosiddetta identificazione primaria (del bambino col padre, della bambina con la madre). Negli anni successivi, dai 6 agli 11, arriva l’identificazione secondaria, che arricchisce la prima: entrano in gioco la scuola, lo sport, gli insegnanti, persino un personaggio televisivo carismatico. A 14 anni la personalità non è definitiva, ma già abbastanza formata. Ecco perché se un genitore delega — per esempio lasciando il figlio per ore davanti a un cellulare “per tenerlo buono” — rischia di farlo crescere in una vita connessa, che non è la vita reale. Il risultato? L’isolamento virtuale: una solitudine di massa. Durante il Covid questo processo è esploso: molti si sono convinti di “essere connessi” mentre erano in realtà soli. La vita vera, invece, è fatta di relazioni concrete, di corpo, di sguardi, di presenza, di profumi, di tonalità.
Ha accennato al fatto che la vita reale e quella virtuale si distinguono per caratteristiche ben diverse. Può approfondire?
Nel virtuale prevalgono tre parole: immediatezza, apparenza e successo. Nella vita vera, invece, contano l’attesa, i contenuti e la capacità di sostenere le sconfitte. Piaget diceva che l’intelligenza è “la forma superiore di adattamento alla vita”. E adattarsi alla vita richiede fatica, tempo, resilienza. Sul virtuale, se qualcosa non ti piace, clicchi e passi ad altro, ma nella vita vera non puoi “cancellare” ciò che ti fa soffrire. Devi affrontarlo.
Lì si misura la maturità, la forza d’animo, la profondità dei sentimenti. E anche la vera amicizia: quella che non si costruisce con un like, ma si dimostra quando le cose vanno molto male.
Eppure, il virtuale ha anche una faccia positiva: offre conoscenze, opportunità, confronti. È possibile distinguere i vantaggi educativi veri dalle false promesse?
Sì, ma solo se si possiede lo spirito critico. Se hai un pensiero formato e un dialogo interiore, il virtuale diventa uno strumento di crescita. Ti permette di cercare informazioni, confrontarti, raggiungere risultati in modo più rapido. Ma lo strumento deve essere tuo alleato, non il contrario. Il problema nasce quando “è lui a prendere te”, quando milioni di persone seguono influencer, che, precisiamo, non impongono mai di essere seguiti e mostrano un’apparenza di vita felice e perfetta. La persona vera la conosci nella quotidianità, nei momenti difficili, nell’amicizia autentica. Ecco perché serve spirito critico, sviluppato fin da piccoli, grazie a genitori, insegnanti ed educatori consapevoli.
Parliamo proprio dei modelli carismatici. Un tempo avevamo figure ideali come Gino Strada o Martin Luther King, che ispiravano per ciò che facevano. Oggi i giovani si rifanno invece a influencer seguiti da centinaia di migliaia di follower che, almeno apparentemente non sembrano possedere qualità particolari. Cosa cambia?
Cambia tutto. Un tempo il carisma nasceva da un’ammirazione per ciò che una persona realizzava. Era un modello morale, ideale. Oggi è diventato un fenomeno totalitario: conosci tutto di un influencer — cosa mangia, beve, indossa — ma non sai davvero chi è. Questo articolo vuole proprio richiamare le persone ad avere, invece, fiducia nel proprio pensiero. Lo spirito critico e il dialogo interiore ti salvano dall’omologazione del virtuale, i figli imparano da come sei, dall’esempio che dai, non da quello che dici. Se vedono che rinunci a qualcosa per loro, che ti preoccupi quando stanno male, che li vai a prendere a scuola anche rinunciando a ore di lavoro, imparano la presenza, l’empatia, la responsabilità. Il virtuale può servire, ma non sostituirà mai la vicinanza umana.
In fondo, sembra quasi che oggi ci sia un dualismo tra genitori e virtuale. Ma si può trovare un punto d’incontro, se i genitori conoscono — anche faticosamente — il mondo digitale?
Sì, e questa è una considerazione è molto importante. Per entrare in relazione con un adolescente di oggi devi quasi per forza conoscere il virtuale, ma senza diventarne schiavo.
C’è un formatore tedesco, Klaus Dieter Kaud, di ispirazione montessoriana, che ha scritto un “Decalogo per genitori”. Il settimo punto dice: «Dateci regole chiare e limiti precisi, con l’esempio del genitore, oltre le parole». E Jung aggiungeva: «I bambini vengono educati da ciò che gli adulti sono, non dai loro discorsi». Ecco il punto d’incontro: conoscere il virtuale, ma restare guida, modello e riferimento.
Il ruolo degli educatori è cambiato nel tempo. Oggi, dentro la scuola, si fa strada anche l’intelligenza artificiale. Come immagina il futuro educativo della famiglia e della società di fronte a questa nuova realtà?
Mi capita spesso di condurre progetti come Scuole per genitori o Serate per educatori consapevoli e di trattare questo tipo di argomenti. Io credo che l’intelligenza artificiale non vada temuta, purché riscopriamo un’altra forma di intelligenza: quella emotiva, descritta da Daniel Goleman. Riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni — per poi riconoscerle negli altri e sviluppare empatia — è il vero antidoto alla disumanizzazione tecnologica. L’intelligenza artificiale non si meraviglia, non prova dolore, non ha fragilità. L’essere umano invece sì, ed è in questo che resta insostituibile. Perciò, non deleghiamo, non temiamo la fatica dell’educare i figli, con i loro “no”, e con le loro lacrime quando non riescono a raggiungere qualcosa, ma soprattutto, non cerchiamo di avere dei figli che nella vita faranno per forza quello che non siamo riusciti a fare noi. E accettiamo in tutto il suo valore la bella frase dell’ignoto, che potremmo essere tutti noi: «Quando hai un figlio non sei più né autonomo né indipendente».
Il dottor Teglia ci ha sapientemente illustrato come la posta in gioco non sia vincere uno scontro tra genitori e tecnologia, ma salvare il rapporto umano che permette ai giovani di diventare persone. Se il virtuale educa — e lo fa certamente — educa spesso all’immediatezza, alla superficie, all’illusione del successo facile. I genitori, la scuola, e in generale gli educatori possono invece offrire ciò che nessun algoritmo può dare: tempo, coerenza, limiti imposti con amore, presenza nelle difficoltà. Il mio parere? Il virtuale rimane uno strumento potente — utile e pericoloso insieme — ma non può sostituire il lavoro lento della cura genitoriale. Se vogliamo che i nostri giovani sappiano aspettare, soffrire, stringere relazioni vere, allora è sulle figure umane che dobbiamo investire. È importante, ma non basta conoscere le app: bisogna essere persone che insegnano, con l’esempio, la pazienza e il coraggio del “no” quando serve. In definitiva: il virtuale può influenzare, suggestionare, formare abitudini, ma educare nel senso profondo del termine è ancora — e deve restare — responsabilità degli esseri umani che stanno vicino ai ragazzi. Se perdessimo su questo punto, perderemmo molto di più di qualche ora di attenzione: perderemmo la possibilità di crescere davvero.
Grazie per averci seguito
Enrico Miniati




