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2 Novembre 2025Chi è cresciuto negli anni Ottanta sa bene cosa significa pronunciare le parole “Tu sei già morto”. Bastava quella frase — e qualche secondo di silenzio — per evocare il mito di Ken Shiro, il superuomo venuto a salvare l’umanità da un mondo in rovina.
Un cartone animato crudo, violento, ma paradossalmente libero da censure: i bambini dell’epoca lo guardavano senza filtri, assorbendo inconsciamente il suo linguaggio tragico e la sua tensione eroica. Non c’erano le “fasce protette” di oggi, eppure quell’universo post-apocalittico popolato di banditi e arti marziali ha formato l’immaginario di un’intera generazione.

Tetsuo-Hara-Ken-Shiro-Mostra-Lucca-Comics-Games-FOTO DI SIMONE CERRACCHIO
Tra un intervallo e l’altro, nelle scuole italiane, non era raro vedere piccoli “guerrieri di Hokuto” tentare di imitare le mosse del loro eroe, convinti — con la stessa innocenza e determinazione — di poter salvare il mondo.
Ma dietro la leggenda di Ken Shiro, c’è soprattutto l’arte di Tetsuo Hara, il maestro del manga giapponese che ha trasformato un racconto di sopravvivenza in un poema visivo. Il suo tratto unisce la potenza del corpo alla malinconia dell’anima, restituendo un’umanità spezzata ma sempre pronta a rialzarsi.
Proprio Lucca Comics & Games 2025 ha scelto di celebrare Tetsuo Hara con una mostra dedicata alla sua arte, allestita nella suggestiva Chiesa dei Servi.
Uno spazio che sembra fatto apposta per accogliere i disegni di Hara, dove le sue tavole originali assumono una dimensione quasi sacra: corpi scolpiti come statue michelangiolesche, volti attraversati da luce e ombra come nei dipinti del Caravaggio, e quell’intensità espressiva che rivela quanto l’artista giapponese sia stato influenzato — consapevolmente o meno — dalla cultura visiva italiana.
Non è un caso che proprio l’Italia abbia amato più di ogni altro Paese il mito di Ken Shiro. Forse perché in quel guerriero solitario, votato alla giustizia e condannato alla tragedia, abbiamo riconosciuto qualcosa di profondamente nostro: la capacità di resistere, anche quando tutto sembra perduto.
E allora, visitando la mostra lucchese, non si osservano solo disegni: si contempla un rito generazionale.
Un passaggio di testimone tra l’infanzia e la memoria, tra l’arte pop e la spiritualità, tra il Giappone e l’Italia.
Perché — in fondo — come ci ha insegnato Ken Shiro, la vera forza non è distruggere, ma resistere con bellezza.
di Stefano Cavalli




