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26 Ottobre 2025Dimenticare: quando, come, perché?
Dimenticare è un verbo che di solito associamo alla perdita: dimenticare un volto, una promessa, un amore, un dolore. Ma se invece fosse anche un modo per guarire, per alleggerirsi, per lasciare andare ciò che non serve più? Viviamo in un’epoca in cui tutto si conserva, tutto si archivia, eppure la mente continua a fare il suo mestiere antico: scegliere, filtrare, mettere da parte. In questa nuova conversazione con il dottor Sergio Teglia, psicologo e psicoterapeuta, proviamo a capire cosa accade quando la memoria lascia spazio all’oblio. Non come segno di debolezza, ma come gesto di cura verso se stessi. Perché, come scopriremo, dimenticare non significa cancellare: significa fare ordine dentro di noi.
Dottor Teglia, dimenticare è spesso visto come una perdita, come il cancellare qualcosa dalla nostra mente. Può in realtà essere anche una forma di guarigione: dimenticare un dolore, un torto, un fallimento. Quando dimenticare diventa un atto necessario per andare avanti? E, dal punto di vista psicologico, cosa significa davvero dimenticare?
Dimenticare è fondamentale, sempre. È un processo indispensabile per liberare la mente da ricordi che non servono più, da pensieri ingombranti o da tormenti. Dimenticare non significa cancellare, ma permettere alla mente di fare spazio, di alleggerirsi. È un meccanismo che ci consente di apprendere meglio e di usare di più la nostra creatività.
In fondo, potremmo dire che memoria e oblio sono due facce della stessa medaglia: l’una conserva, l’altro lascia andare.
La psicoanalisi, però, sostiene che non si dimentica mai davvero niente…
Sì, secondo Freud tutto rimane dentro di noi: i ricordi, i desideri inaccettabili, le esperienze traumatiche. Semplicemente cambiano posto, vengono rimossi nell’inconscio — quella parte della mente di cui non siamo consapevoli.
Freud distingue tre livelli: il conscio, il preconscio e l’inconscio. Nel preconscio stanno i ricordi a cui possiamo accedere facilmente, mentre l’inconscio custodisce tutto ciò che è stato rimosso: esperienze dolorose, pulsioni, idee proibite. Durante i sogni, queste parti riaffiorano in forme simboliche. Per questo i sogni hanno un contenuto manifesto, quello che ricordiamo, e uno latente, quello nascosto, che spesso racconta qualcosa di noi che non vogliamo o non possiamo vedere.
Quindi non possiamo scegliere cosa dimenticare? È la mente che decide cosa mettere nel “cassetto dell’oblio”?
Esatto. Il cervello seleziona in modo automatico ciò che vale la pena ricordare. Lo fa basandosi su due criteri: il valore emotivo e l’importanza pratica. Le esperienze che hanno un forte impatto emotivo — positivo o negativo — restano impresse più a lungo. Quelle neutre o inutili, invece, vengono piano piano lasciate andare. Ognuno di noi, però, ha una diversa capacità di elaborare le delusioni o gli eventi traumatici. C’è chi riesce a isolarli, e chi invece rimane intrappolato in un ricordo che continua a influenzare il presente.
E quando un ricordo doloroso torna continuamente, quando non riusciamo proprio a liberarcene?
Allora dimenticare diventa più difficile che ricordare. In quei casi, spesso aggiustiamo i ricordi: li modifichiamo, li reinterpretiamo per renderli più sopportabili. Ma se un’esperienza è davvero invasiva — provoca ansia, disturbi del sonno, difficoltà a relazionarsi — bisogna intervenire. Un primo passo può essere scrivere. Mettere su carta ciò che ci ha ferito è un modo per “depositarlo” fuori da noi. Un secondo passo, molto più profondo, è perdonare. Attraverso, ad esempio, il capire che chi ci ha ferito forse non aveva l’intenzione di farlo, o che la situazione era più complessa di come l’avevamo vissuta. E poi esiste una tecnica molto efficace: l’EMDR, una terapia che ha bisogno dell’apporto di uno specialista, che aiuta a ridurre l’impatto emotivo dei ricordi traumatici attraverso movimenti oculari e visualizzazioni guidate. Si lavora immaginando un “luogo sicuro”, dove sentirsi protetti, e si collega mentalmente quel luogo al ricordo doloroso. Col tempo, il ricordo resta, ma perde la sua forza distruttiva.
Ha parlato del perdono verso gli altri, ma cosa dire del perdonare se stessi?
È una delle cose più difficili. Il criterio è semplice: bisogna valutare le intenzioni che avevamo. Se l’intenzione era fare del male, il perdono è quasi impossibile. Ma se siamo partiti con buone intenzioni e abbiamo sbagliato lungo la strada, allora dobbiamo perdonarci.
Capire le nostre mancanze, lavorarci sopra, e magari farlo con l’aiuto di qualcuno, è fondamentale. Altrimenti il rischio è ripetere sempre gli stessi errori. Il perdono, in fondo, è una forma di libertà mentale.
C’è poi un altro tipo di dimenticanza: quella legata al tempo e all’età. Cosa la distingue dall’oblio “psicologico”?
Sono due fenomeni diversi. Con il passare degli anni la memoria, soprattutto quella a breve termine, tende a indebolirsi: è un processo fisiologico, non patologico. Diverso è il dimenticare per difesa, quello che avviene quando la mente vuole proteggersi da qualcosa che fa male. In quel caso il ricordo non sparisce: resta, ma viene tenuto a distanza.
Il problema nasce quando quella “zona d’ombra” si allarga e finisce per condizionare tutta la vita. Allora sì, serve aiuto. Io credo che non si debbano cancellare tutti i ricordi negativi, ma tenerli in un angolo: riconoscerli, accettarli e impedire che infettino tutto il resto.
Viviamo però in un mondo dove tutto si conserva: dati, immagini, parole. È ancora possibile dimenticare, quando la società non dimentica più nulla?
È sempre più difficile. L’uso del digitale ha ridotto la nostra capacità di ricordare naturalmente. Oggi affidiamo la memoria alle macchine: non ricordiamo quasi più numeri, date, luoghi — c’è sempre un dispositivo che lo fa per noi. Questa comodità ha un prezzo: riduce le connessioni neuronali, la nostra “palestra mentale”. Con il tempo, si rischia una vera e propria amnesia digitale. Il web conserva tutto, ma noi, paradossalmente, ricordiamo sempre meno. E questo toglie anche il diritto all’oblio, che è un diritto umano e psicologico: la possibilità di lasciar andare. Susanna Tamaro scrisse: “È necessario perdersi per ritrovarsi.” Ecco, dimenticare, quando avviene davvero, è proprio questo: perdersi un po’ per riscoprire parti nuove di sé.
Si dice che con l’età ci si dimentichi le cose recenti ma si ricordino quelle lontane. È vero?
Sì, ed è normale. La memoria recente è la più fragile. Ma non è solo questione di età: anche l’allenamento mentale conta. Scrivere appunti, imparare cose nuove, mantenere curiosità e interessi aiutano la mente a restare attiva. Conosco persone di oltre sessant’anni più vitali di altre di quaranta, perché non hanno smesso di imparare, di mettersi in gioco. Il cervello è come un muscolo: se lo usi, resta forte.
Un’ultima domanda: dimenticare, alla fine, significa perdere una parte di sé o ritrovarla?
Io credo che dimenticare sia un modo per ritrovarsi. Non si dimentica mai del tutto, ma si può decidere di dare un nuovo significato ai ricordi, di rimettere ordine dentro di sé.
È come entrare in una stanza buia, accendere la luce, sistemare le cose, togliere ciò che non serve più e fare spazio al nuovo. Dimenticare, allora, diventa un atto di cura verso se stessi: un modo per continuare a vivere. E c’è una frase che mi piacerebbe chiudesse questa intervista. È di Gabriel García Márquez: “Ricordare è facile per chi ha memoria. Dimenticare è difficile per chi ha cuore.” La dedico, con affetto, a tutti i lettori di questa rubrica.
L’oblio, ci ricorda il dottor Teglia, non è una mancanza ma una possibilità: quella di separare ciò che è stato da ciò che può ancora essere. Dimenticare non vuol dire perdere la propria storia, ma imparare a guardarla da lontano, senza che faccia più male. In fondo, ogni atto di memoria contiene anche un piccolo atto di oblio: è ciò che ci permette di andare avanti, di lasciare spazio al nuovo, di ritrovare noi stessi. E allora sì, dimenticare può essere una forma di amore. Un amore che sa lasciar andare.
Grazie per averci seguito.
Enrico Miniati




