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12 Ottobre 2025Il silenzio è d’oro
Viviamo in un tempo in cui il rumore sembra avere la meglio sul silenzio: televisioni sempre accese, notifiche che ci rincorrono, parole che riempiono ogni spazio. Eppure il silenzio non è vuoto, non è assenza: al contrario è presenza, ascolto, profondità. Il proverbio “il silenzio è d’oro” ci invita proprio a riscoprire questo valore: non come una rinuncia alla parola, ma come un modo diverso di darle forza e significato. In questa intervista al dottor Sergio Teglia cercheremo di capire come il silenzio possa diventare uno strumento di benessere e di equilibrio nella nostra vita.
Partiamo dal titolo del nostro incontro di oggi: Il silenzio è d’oro. È un’espressione che tutti conosciamo, ma che sembra nascondere molto più di un semplice modo di dire. Dal punto di vista psicologico, che valore ha il silenzio?
Intanto, conviene chiarire che in psicologia il silenzio non è definito come assenza di suoni. Piuttosto, viene inteso come una forma di comunicazione attiva, sia con se stessi che con gli altri. Trasmette significati profondi, permette il dialogo interiore e la consapevolezza di sé. In questo senso, il silenzio diventa un ponte tra il nostro mondo interiore e la realtà che ci circonda.
Quindi possiamo dire che il silenzio permette di entrare in contatto con le proprie emozioni e stati d’animo?
Esattamente. E direi che oggi è quasi un privilegio riuscire a fermarsi e ascoltarsi. Viviamo in un tempo in cui si corre sempre, dove sembra che fermarsi equivalga a perdere qualcosa. Fermarsi, però, non significa essere passivi: significa avere il coraggio di ascoltare quella voce interiore che a volte ci mette di fronte anche a verità scomode. E per dare più forza a questi concetti mi piace ricordare anche cosa dicevano del silenzio i nativi americani: «Guarda, ascolta e poi agisci». Oppure: «Le parole sono semi, vanno piantati e lasciati crescere nel silenzio».
Secondo lei, esiste un silenzio che cura e un silenzio che ferisce?
Domanda profonda, e la risposta è sì. Il silenzio può essere tanto positivo quanto negativo.
Pensiamo al silenzio di chi soffre di depressione: non parla, non ha più energie, si chiude al mondo. È un silenzio che isola e ferisce. Al contrario, c’è il silenzio educativo, per esempio quello di un genitore verso un figlio. Se il bambino fa qualcosa che non deve fare e il genitore decide di tacere per un po’, di creare una temporanea distanza affettiva: ebbene quel silenzio diventa una lezione, fa sperimentare al figlio le conseguenze delle sue azioni. È una forma di comunicazione non verbale che fa sviluppare la responsabilità.
Quindi il silenzio può essere una forma di educazione?
Certo. Il professor Charmet del Centro Minotauro di Milano lo spiega perfettamente: oggi i ragazzi non ascoltano più i genitori per paura della punizione, ma per affetto. In questo senso, un silenzio calibrato, temporaneo, aiuta i figli a capire, appunto, le conseguenze. Ma attenzione: il silenzio non deve mai diventare distanza emotiva permanente, altrimenti rischia di determinare problemi. Veniamo adesso all’aspetto sociale. Spesso, dopo una discussione, un tempo si tornava a casa e c’era lo spazio per riflettere in silenzio. Oggi invece i cellulari, i social, i messaggi continui ci impediscono di fermarci e questa mancanza di dialogo con noi stessi non ci permette di “crescere”.
È cambiato anche il nostro modo di vivere il silenzio?
Moltissimo. Il digitale ci ha tolto la pausa. Prima il silenzio dava spazio all’autocritica, alla riflessione. Oggi, con i messaggi immediati, si risponde d’impulso e non si lascia sedimentare nulla. Eppure il silenzio resta fondamentale per fare autoanalisi, osservare quello che abbiamo detto, come ci siamo comportati.
E in una società che ci bombarda di parole, immagini, rumori… rimane spazio per il silenzio interiore?
Non ci viene concesso spontaneamente, ma se lo cerchiamo sì. Sta a noi trovarlo. Può essere un caffè da soli al bar, una passeggiata in natura, un momento di pausa senza telefono. Non è tempo perso, ma un modo per prendersi cura di sé. Martin Luther King diceva: «Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti». Ecco, il silenzio non è solo cura, ma anche responsabilità.
A proposito di responsabilità, veniamo a una domanda diretta: il silenzio può essere più eloquente delle parole?
Certamente. Può esserlo quando sei stato offeso, quando ti arriva un’ingiustizia, quando le tue intenzioni non vengono comprese. In questi casi, il silenzio diventa più potente di mille parole. È la scelta di non alimentare lo scontro. Il silenzio è anche molto importante nei momenti di lutto: la presenza silenziosa accanto a chi soffre vale molto più di tante frasi di circostanza.
Però molti hanno paura del silenzio, lo associano alla solitudine e al vuoto. È una paura giustificata?
È giustificata solo se una persona non ha sviluppato un buon dialogo interiore. Chi vive sempre proiettato verso l’esterno percepisce il silenzio come minaccia. In realtà, il silenzio è un’occasione per rafforzare l’autostima, per dire: “Aspetto prima di parlare, ci rifletto, non devo riempire tutto di parole”. È un allenamento alla consapevolezza.
Veniamo ora ai rapporti di coppia. Che ruolo ha il silenzio all’interno di una relazione?
Il silenzio, nella giusta misura, è indispensabile. Aiuta a creare spazi personali, a riflettere prima di reagire. Ma se il silenzio diventa continuo e sostituisce la comunicazione, allora segnala distanza. Una distanza che può logorare la coppia. C’è poi un aspetto importante: anche il linguaggio del corpo è una forma di comunicazione silenziosa. Ma se a questo si unisce la freddezza, allora il silenzio diventa assenza.
E quali consigli pratici possiamo dare alle coppie per trasformare il silenzio in una risorsa?
Prima di tutto, di non aver paura del silenzio. Ogni tanto va cercato, perché permette di ascoltarsi e di ascoltare l’altro. Quando però diventa un muro, occorre intervenire: talvolta può essere utile anche una consulenza di coppia per capire dove si è interrotto il flusso della comunicazione.
In generale, il silenzio non deve mai essere vissuto come tempo perso. È uno spazio di crescita, un terreno fertile in cui le parole – come semi – possono germogliare con più forza.
Dunque possiamo dire che il silenzio non è mai neutro: a volte cura, a volte ferisce, ma sempre comunica qualcosa.
Esatto. Il silenzio è una dimensione umana che non andrebbe né temuta né ignorata. Va conosciuta, cercata e abitata. Solo così diventa davvero una risorsa.
Alla fine di questo nostro percorso, credo che il silenzio ci appaia meno come uno spazio vuoto e più come una compagnia. Il nostro esperto ci ha fatto capire come non sia da considerare un nemico da riempire a tutti i costi, ma un prezioso alleato che ci aiuta a respirare meglio, a rimettere ordine nei pensieri, a dare spazio a ciò che conta davvero. Il silenzio ci permette di ascoltare di più gli altri, ma anche di ascoltare noi stessi, cosa che spesso dimentichiamo di fare presi dalla fretta quotidiana. E forse proprio qui sta la sua forza: nel ricordarci che non sempre servono tante parole per capirsi o per sentirsi vicini.
Ed è in questo senso che davvero possiamo dire che “il silenzio è d’oro”.
Grazie per averci seguiti
Enrico Miniati




