
Premio ‘Giovani Innovatori – dalla scuola alla start-up’, dedicato agli studenti degli Istituti Tecnici di Prato, Pistoia e Pescia.
21 Maggio 2025
Giovanni Veronesi nel salotto di Parole in Villa, a Lucca
21 Maggio 2025Racalmuto, Agrigento, Sicilia. Seconda metà di settembre 1985. Di notte, un colpo di pistola alla tempia uccide sua eccellenza Aurelio Arriva, sessantenne vedovo, già presidente della Corte di Cassazione a Roma, grande famiglia siciliana, locali parenti vescovi, patrimonio ingente (ereditato perlopiù), in attesa di risposarsi con una signora bene della capitale. In casa era presente solo l’accigliata figlia Elena, alta e sottile, magnifica capigliatura e occhi cerulei; bionda e di incarnato roseo, la madre (da tempo morta) era inglese. Gli investigatori pubblici si mobilitano. Alla caserma dei carabinieri il giovane capitano, alto e robusto, capelli biondi e occhi chiari, che viene dal Nord Italia (forse dal bresciano) ed è ora in missione da Palermo, accoglie il giovane introverso procuratore Biagio Villari, in arrivo da Lipari seppur originario di quelle parti (nipote di don Calò, proprietario di alcune zolfare dei dintorni), riservato scrittore di raccolte poetiche, separato da Francesca. I due non sono del tutto convinti che si tratti di suicidio. Quel giorno è la festa di Maria Bambina, coincide con la fine dell’estate e la città è distratta, piena di gente bancarelle spettacoli, soprattutto intorno alla piazza, su un cui lato si trova il pettegolo circolo cittadino dei benestanti, professionisti tracotanti e senza scrupoli, reciprocamente accidiosi. Via via si diffonde la clamorosa notizia. All’arciprete don Lillo Di Prima la riferisce la stessa Elena andando in sacrestia a trovarlo. Rievocano quanto accaduto quasi dieci anni prima: Viviana, cinque anni, nipotina di Aurelio e figlia di Elena, era caduta nella gebbia della loro proprietà, morta. Il parroco va in caserma a parlarne e trova Manlio Marino, cinquant’anni, maresciallo dell’Arma da venti; discutono della diffusa voce di recenti lettere anonime ad Arriva, pratica antica e variegata; anche don Lillo le riceve per la discussa relazione con la cognata, vedova del fratello. Colà vive in un villino di campagna Leonardo Nanà Sciascia con la moglie, in quei giorni angustiato per l’ictus occorso a Calvino. Un tempo erano amici con Aurelio, poi si allontanarono; lo coinvolgono, finisce per indagare anche lui, a distanza.
L’ottima esperta scrittrice Silvana La Spina (Galleria Veneta, 1945) narra con perizia e sensibilità il mitico splendido paese siciliano in cui è vissuta da bambina, quell’epoca di umori ed emozioni, di chiacchiere e ipocrisie, di malignità e invidie, di sottili rivalità e pure di amicizie solide, anche di complesse relazioni fra i grandi scrittori incontrati allora e frequentati ancora: la bonaria curiosità di Sciascia, l’incisività di Bufalino, la capacità linguistica di Consolo, la furia surreale di Bonaviri e, naturalmente, l’umanità del grande Calvino, vero collante fra tutti, loro siciliani e tanti altri. Sullo sfondo emergono storie dal passato, come l’oscuro sequestro Panebianco che vide coinvolta la vittima: oltre una decina di anni prima Enzo, l’unico figlio di ricchi imprenditori ancora viventi, era stato rapito, sequestrato, nascosto e ucciso; nonostante l’intermediazione di alcuni notabili locali, i tre miliardi di lire versati ai criminali e il corpo mai ritrovato; due dei probabili artefici furono poi a loro volta assassinati, ma il processo giudiziario terminò con un non luogo a procedere, il mandante arricchitosi non era stato individuato. Quella non risulta propriamente cittadina di mafia, troppo “ingenua” la popolazione, si dice; ovviamente si perpetuano meccanismi simili di relazioni politiche e sociali; ovunque e sempre aleggia il piccolo furbo sempiterno onorevole La Matina. La narrazione è in terza varia al passato, con qualche raro breve corsivo in prima di Elena. Il protagonista resta ovviamente soprattutto Leonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 – Palermo 1989) col suo accurato contesto di personaggi, pubblicazioni e visioni; a todo modo, è lui che, di soppiatto e di fatto, risolve i vari intrecci gialli (da cui titolo e copertina), pur se forse varrà la sua stessa abitudine per cui alla fine il cattivo non paga mai. Incipit cauto, poi notevoli i tempi ed eccelsi i dialoghi; innumerevoli gli scrittori e i romanzi in vario modo richiamati; l’amato Pirandello emerge su tutti, richiamando proprio “quel teatro assurdo” che era il paesino, “con i suoi segreti, le sue menzogne e le sue rivalità”. La banda suona l’Aida alla festa. Immancabile vino sfuso, ancora poco si faceva riferimento alle DOCG a quel tempo.
Un rebus per Leonardo Sciascia
Silvana La Spina
Giallo
Marsilio Venezia
Pag. 318
2025
Recensione di Valerio Calzolaio




