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14 Maggio 2025Roma. Qualche decennio fa. All’inizio del primo quadrimestre arriva in classe uno strano personaggio, un nuovo professore: capelli pettinati tutti precisi, con la riga da una parte; giacca nera, pantaloni neri, cravatta nera sottile sulla camicia bianca; un poco azzimato. Resta poi con quegli studenti e studentesse quattro mesi, anni dopo lo avrebbero rievocato come il proletario e il mago delle parole, rivoluziona le lezioni: subito li incita a rivoltare le parole da tutte le parti; a non fermarsi mai alla superficie, non accontentandosi del primo significato; a scavare a fondo su ogni proprio linguaggio, per scoprire il doppio fondo delle frasi; a essere attentamente liberi e libere nello scrivere e nel messaggiare, nella lingua orale e in quella vergata, nella geografia etimologica e nella grammatica (gran figata, glamour, arte di dire le cose giuste nel modo giusto al momento giusto). Ogni ora trascorsa insieme diventa “speciale” un po’ come una partita a scacchi che lui gioca contemporaneamente con ciascuno di loro. Niente verifiche, niente interrogazioni, niente voti (almeno per quanto ne sanno, infine metterà a ciascuno un sonetto in pagella); racconti, giochi, chiacchiere, conversazioni surreali, ginnastiche e allenamenti; tanti “testi” è vero, citati e storicamente determinati, corretti e scorretti, smontati e rimontati, creati e ricreati; pur anche comportamenti strambi, mettersi qualcosa in testa per ottenere silenzio e far terminare il casino, lo chiamano il numero della foca monaca. Si definisce non bravo con i numeri, solo con le parole: come esseri umani siamo fatti di parole che comunicano, condizionano, creano realtà, sia positivamente che negativamente. Certe parole, scaldano il cuore, altre lo agghiacciano; certi discorsi infondono forza e fiducia, altri feriscono e possono persino uccidere; certi libri servono sia a chi ne legge (molti altri) sia a chi scrive (loro tutti), ai concittadini (meno ai sudditi).
Incanto. Il professore ordinario di Storia della lingua italiana all’Università di Pavia Giuseppe Antonelli (Arezzo, 1970) scrive una fiction sulla comunicazione umana, incantevole appunto. In quella classe ci sono diciotto studenti e studentesse: Enrico, Chiara, Martina, Niccolò, Ahmed, Leonardo, Ileana, Hugo, Fabio, Alice, Giulia, Lavinia, Bianca, Paolo, Giandomenico, Massimo, Giovanni, Lorenzo, incarnati diversi e differenti contesti familiari o linguistici. Fra di loro vi è chi garantisce l’io che la narrazione in prima persona in diretta, abbastanza invaghito di Chiara, decenni dopo diverrà un docente di scrittura creativa (forse fuori da scuole e università), narrativa giornalistica epistolare. In quell’anno scolastico ebbe la bislacca idea di dar comunque vita fra alcuni di loro a un’Accademia d’arte grammatica, con giochi di parole (da cui il titolo, ancora). La fece proporre proprio a Chiara (“se lo faccio io, penseranno di sicuro che è una cosa da sfigati”) e la realizzarono con grande divertimento nelle ore di buco in classe, a casa di quelli benestanti, in un campo da tennis. Attraverso diciannove briosi capitoli, leggendo i dizionari come romanzi (andrebbe citato Markaris), spesso con l’ausilio di Dante e Leopardi (non solo quello delle parolacce), Antonelli ci fa imparare e sorridere sulle etimologie e sui dialetti, sugli accenti e sugli errori, sulle dislocazioni e sui geosinonimi, sui cibi (grazie ad Artusi) e sui saggi (grazie a esimi colleghi), sulla poesia e sulle belle arti, sui verbi e sulle espressioni inglesi, sui decaloghi e sulla musicalità, sulle punteggiature e sulle emoticon. Segnalo lo squallido trattamento “originariamente” riservato al romanesco e al marchigiano, al milanese e allo spoletino. Splendida colonna sonora di oltre una decina di riferimenti musicali. Breve palestra finale di esercizi vacanzieri.
Il mago delle parole
Giuseppe Antonelli
Romanzo grammaticale o Grammatica narrata
Einaudi Torino
Pag. 197 euro 15,50
2025
Valerio Calzolaio




