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13 Aprile 2025La vittoria… la sconfitta… e poi?
Vincere o perdere: due parole che sembrano opposte, ma che spesso si sfiorano, si rincorrono, a volte si confondono. Nella nostra vita quotidiana – sul lavoro, nello sport, nelle relazioni – ci troviamo costantemente davanti a piccole o grandi “gare”, dove ci viene chiesto di dimostrare qualcosa, a noi stessi o agli altri. Ma cosa succede davvero quando vinciamo? E cosa resta dentro di noi dopo una sconfitta? C’è chi nella vittoria si esalta e chi si smarrisce. C’è chi nella sconfitta cade e chi invece riesce a trovare una forza nuova, più profonda. Perché forse, più della vittoria o della sconfitta in sé, conta come ci poniamo di fronte a ciò che ci accade. In questa nuova intervista, insieme al dottor Teglia, cercheremo di esplorare non solo il significato di vittoria e di sconfitta, ma anche e soprattutto quello che viene dopo. Perché è lì – nel “poi” – che si gioca forse la parte più autentica del nostro equilibrio emotivo.
Dottor Teglia, cosa significa davvero “vincere” e “perdere” dal punto di vista psicologico?
Proverò a darne una definizione partendo da due frasi, la prima di Bertolt Brecht – drammaturgo – che diceva: «chi combatte rischia di perdere, ma chi non combatte ha già perso». E qui il riferimento è all’impegno da profondere in ogni azione. La seconda, di ignoto, recita: «di cosa è fatta la vittoria?», chiese l’allievo. «Di tante sconfitte», rispose il maestro. Ecco, io partirei da qui. La vittoria e la sconfitta sono qualcosa che tutti incontriamo nella vita e per saperle gestire occorre avere le idee chiare su se stessi, su cosa vogliamo dalla vita e, cosa basilare in un mondo sempre più pervaso dagli “insegnamenti” del mondo virtuale, essere in grado di formulare un pensiero proprio. Con questo intendo dire che sì, dobbiamo prendere atto di quanto ci gravita attorno, ma al contempo riuscire a non essere omologati al pensiero comune dove “gli altri” decidono per te. Questa sarebbe la peggior sconfitta: non avere un pensiero proprio, critico e non decidere della propria vita. Per questo deve essere prevalente il concetto del vincere per se stessi, che significa impegnarsi per migliorare, con impegno e volontà, tenendo sempre conto che anche una sconfitta contribuisce a questa crescita.
Quali sono i meccanismi mentali ed emotivi che ci aiutano a gestire una sconfitta, e perché alcuni riescono a rialzarsi mentre altri si bloccano?
Qui intervengono due fattori: il primo corrisponde all’educazione ricevuta, il secondo alla società nella quale viviamo che sembra spingerci esclusivamente verso il successo. Se nel corso della nostra infanzia abbiamo ricevuto con facilità sempre “tutto e subito”, difficilmente avremo maturato e introitato uno spirito critico abituato anche a dei “no”, a volte dolorosi, ma necessari. Riguardo alla società in cui viviamo, questa sembra essere forgiata quasi esclusivamente per “sembrare” e non per “essere”, dove l’apparenza e la prestazione sono legate alla ricerca del successo quasi a tutti i costi e dove è prevalente il valore dato al cosa si ha, a discapito del ben più importante cosa si è.
Le vittorie possono talvolta portare a sentimenti di vuoto o insoddisfazione. Come possiamo affrontare questa paradossale reazione?
La premessa da fare è che molto spesso questo tipo di vittorie non ci appartengono. Non è un obbiettivo che avevamo e quel successo è qualcosa di indotto ma non desiderato. Questo perché le cose più belle che otteniamo – vittorie comprese – sono quelle nate dal desiderio e molto “sudate”.
In che modo le esperienze di vittoria e sconfitta modellano il carattere e la resilienza di una persona?
Diciamo che la resilienza corrisponde al saper trarre il meglio da una sconfitta, la resistenza è il saper resistere alle negatività indotte da una sconfitta. E qui introduco il concetto di “buoni perdenti”. Chi sono costoro? Quelli che hanno una buona stima di sé a prescindere dai successi e dai risultati, quelli che accettano i propri limiti per migliorarsi e hanno una corretta etica verso gli altri e non vivono una sconfitta come se fosse un dramma o un fallimento. E un’ottima scuola per imparare a gestire entrambe le due fasi può essere rappresentata da un impegno nel mondo del volontariato, autentica ancora di salvezza di fronte ai vari, anche gravi del vivere.
Di fronte a un insuccesso, qual è la differenza tra accettazione e rassegnazione?
Esiste una notevole differenza tra le due cose. L’accettazione corrisponde al saper correttamente riconoscere i propri limiti e il valore degli altri. La rassegnazione corrisponde all’aver introitato il concetto di non saper fare e di essere sempre e comunque inferiore agli altri. Nel secondo caso è molto probabile che possa essere utile una qualche forma di aiuto psicologico da parte di un esperto.
In conclusione, forse dovremmo smettere di chiederci solo se abbiamo vinto o perso e iniziare a chiederci come abbiamo vissuto quell’esperienza. Perché, come ci ha aiutato a capire il dottor Teglia, ciò che davvero fa la differenza non è l’esito in sé, ma il significato che gli attribuiamo. La vittoria non è un trofeo da esibire e la sconfitta non è una macchia da nascondere: entrambe possono diventare occasioni preziose per conoscerci meglio, per crescere, per rimettere a fuoco le nostre priorità. E il “poi”, quel momento che arriva dopo l’applauso o il silenzio, è forse il terreno più fertile per costruire un senso autentico di sé, fatto di consapevolezza, dignità e libertà interiore. Perché, alla fine, il vero traguardo non è battere gli altri… ma diventare persone più forti, più vere, e magari anche un po’ più sagge.
Grazie per averci seguito e… aspettato che tornassimo.
Enrico Miniati




