
La radio vestale della casa
17 Ottobre 2021
Moto bolognesi degli anni 1950-1960, la mostra al Museo del Patrimonio Industriale di Bologna
17 Ottobre 2021Pubblichiamo una recensione che a suo tempo fece il Professore Renato Risaliti al libro appena uscito della scrittrice aglianese Dunia Sardi. Un appassionante e delicato testo per i racconti di una scrittrice che stimava e a cui lo legava una sincera amicizia.
Recensione alla raccolta di racconti di DUNIA SARDI, La bambina con la farfalla sulla testa Attucci, Carmignano (PO), 2010.
Sono 20 racconti suddivisi in tre parti, 4 racconti nella prima, 8 nella seconda, 8 nella terza parte.
Nella prima parte ci sono i racconti che si svolgono temporalmente durante la II Guerra mondiale. Fra questi c’è quello del sedicenne Brunero Tesi inviato a Prato a comprare le medicine per il babbo malato, nel giorno di uno sciopero generale del 1944, catturato dai tedeschi viene deportato a Mauthausen dove trovò la morte.
Ed è qui che c’è il racconto della “bambina con la farfalla sulla testa” che da il titolo a tutta la raccolta. L’Autrice che stava ne “Le case alte sulla Bure” approfitta con grande maestria artistica e grazia per ripercorrere le passeggiate di circa due km per andare alla stazione, prendere il treno per Pistoia. Altrettanto vera e bella la scena in cui la bimba viene fotografata con vari allettamenti; come si usa
spesso coi bambini, per poter mandare la foto al padre prigioniero degli inglesi, prima di Natale.
Il volume si era aperto con il racconto “Il cappello del nonno”.
Il nonno voleva far vedere alla piccola Dunia la fornace Frosini dove aveva lavorato buona parte della vita. Strada facendo quando si trovano davanti all’Impero vengono fermati in malo modo dai fascisti
in camicia nera. Il nonno non si era tolto il cappello perché passava il corteo col ritratto del Duce glielo scaraventano via in una pozza d’acqua, Dunia la nipotina si affretta a prenderlo ma il nonno dice
“Non lo voglio più, lo hanno toccato loro!”
Era una condanna senza appello per un regime che aveva trascinato l’Italia in una guerra ingiusta e disastrosa.
Già da questi primi racconti della raccolta si può intravedere che Dunia non grida come troppo spesso si fa oggi nei mass media, e in tanti libri sperando così di attrarre la gente a demerito di quello che deve essere la vera arte: partire dai dati reali per poi generalizzare. Da questi racconti sorge la condanna di un regime liberticida e guerrafondaio e l’esaltazione del reciproco aiuto non solo e non tanto fra i membri di un nucleo familiare, ma fra tutta la povera gente e poi di tutta la popolazione quando il paese è occupato da un esercito straniero che voleva sottomettere.
E finalmente viene esaudita la sua preghiera infantile che diceva “Sacro Cuore di Maria, fai che la guerra vada via!”. Veramente a me le suore ne avevano insegnata un’altra “Dio di clemenza, Dio Salvator, salvate il nostro Duce per il vostro sacro cuor!”. Si vede che erano due conventi diversi e epoche diverse.
Così il quarto racconto della prima parte si conclude col ritorno del padre da un campo di prigionia inglese, padre che per lei è un illustre sconosciuto.
Il primo desiderio di questo reduce è quello di costruire una “casa nuova”. Furono milioni gli italiani che dopo le orrende vicende della Seconda Guerra Mondiale volevano costruirsi una casa nuova.
Ci riuscirono con uno sforzo durato anni e immensi sacrifici. Intanto si ripulisce la casa in cui si abita, si riprende a coltivare l’orticello per avere i pomodori per la conserva.
Poi il reduce compra un pezzo di terra in paese, estrae rena dalla Bure etc. (quanti lo hanno fatto con il Calice, la Brana, l’Ombrone).
Dunia come primo lavoro diventa tessitrice tessile per aiutare il padre a finire la casa. Anche a casa si fece la stessa cosa e tutte le persone che conoscevo lo hanno fatto.
Si passa poi al racconto “La balilla nera” che si enuclea in due, anzi quattro “evviva”, “Viva Coppi”, “Viva Bartali” per lo sport e in politica “Viva De Gasperi”, “Viva Togliatti”.
Arriva l’epoca degli amori, lo zio si fidanza con Zita e poi ritorna il racconto di una tradizione un po’ scomparsa, quella del corredo della futura moglie e i confetti dopo il matrimonio (in chiesa) e la loro partenza con una “balilla nera”.
Poi il racconto “Settembre l’uva è matura e il fico pende”.
Finalmente va a vivere nella nuova casa, ma ogni giorno percorre via Serragliolo, passa davanti a villa Gatti (importante anche perché dopo la tenuta Gatti fu comprata da un industriale pratese Lorenzo Tempesti che in gran parte è stato un attore del cambiamento radicale del comune da agricolo a industriale). Ma Dunia ancora non lo sapeva, ma passava di lì per andare a vedere la vecchia casa, la casa della sua infanzia posta lungo il fiume, che da il senso della vita che passa, trascorre senza fermarsi mai.
Nella seconda parte c’è tutta una serie di racconti che hanno attratto la mia attenzione. Ad esempio la “Visita al cimitero di S. Niccolò”, un tema che nella letteratura alta dall’Inghilterra (Elegia in un cimitero di campagna) all’Italia (coi Sepolcri di Foscolo). Ma fra i modelli illustri della letteratura e lo scritto di Dunia Sardi c’è una grande differenza. Mentre gli antichi si soffermano sull’incedere solenne dei grandi temi (Foscolo “All’ombra dei cipressi e dentro l’urne è forse il sonno della morte men duro?”) Dunia ci va per la prima volta sollecitata dalla mamma a vedere il nonno. Entrando si segna, la madre recita in latino delle preghiere. Nota che ci sono tombe più o meno pulite, più o meno ordinate. Infine giungono alle cappelle “il salotto buono del cimitero”. Dopo una serie di osservazioni sulle cappelle e sulla grande differenza con le altre tombe, la mamma le dice che la gente ricca voleva stare “per conto suo”… anche da morta.
Una riflessione di carattere sociologico di grande rilevanza rispetto al passato. Dunia si rivela una filosofa di prim’ordine.
Siamo ormai in tempo di pace. I grandi lutti e distruzioni sono terminati. C’è la ricostruzione, ricostruzione non solo delle cose distrutte dalla furia della guerra, ma c’è soprattutto da ricostruire
l’uomo: maschi e femmine. Il mondo distrutto deve essere ricostruito com’era o diversamente. Nel quarantennio della vita di Dunia avvengono grandi trasformazioni a volte quelli che hanno più sofferto
non vogliono un rinnovamento, ma la ricostruzione di tutto così com’era prima e/o pure solo in parte e in parte no.
Avviene un-a grande divisione che^ badate bene^-non è solo e tanto politica, ma assai più complessa.
Infatti che cosa vuol dire il racconto dell’ “Aia dei Cianchi”, già perché io ci sono stato non si sa quante volte da bambino! Fu distrutta non tanto dalle lotte mezzadrili, ma da un industriale illuminato come
il Tempesti che io ho conosciuto bene perché come sindaco l’ho aiutato a distruggere il vecchiume, ma dirò a volte contro la mia parte politica perché, vi confesso, talvolta è difficile farsi capire!
Perché il padre di Dunia, la scrittrice, si arrabbia tanto con la figlia? Perché lei comportandosi come si comportava non stava più al suo posto tradizionale/si permetteva di guardare fisso un giovane. La
donna /era stata, era e doveva rimanere nei secoli un essere da proteggere. E’ su questo terreno che si combatte nel mondo islamico e tanti si suicidano uccidendo!
Il centro di tutti questi racconti è rappresentato da “Le ragazze della fabbrichina” che fa parte non a caso della terza e ultima parte “Il colore della speranza”.
Perché?
Perché è qui che avviene la trasformazione completa di una fanciulla, tutto sommato ancora dominata dai sogni di una fanciullezza tormentata dalle ansie e i dolori di una guerra terribile rappresentata
oltre che dalla rovina materiale del paese/con tutte le sue strutture e infrastrutture e dalle sofferenze terribili del passaggio di eserciti stranieri con la provvisoria perdita della speranza nella resurrezione
che il paese intero e le sue popolazioni rinascano a nuova vita non rinasce un paese con le vecchie tare ne nasce uno nuovo.
Nascono nuovi luoghi di produzione più moderni, nuove idee, scompaiono antiche secolari gerarchie e ne sorgono altre. A che cosa ci riferiamo? In primo luogo, scompaiono masse di contadini semianalfabeti diretti da padroni gretti e fattori invasivi e pervasivi dell’attività delle singole famiglie persino su come chi e quando sposarsi. La vita quotidiana è più mobile, più veloce, i rapporti umani più rapidi.
Scompaiono le vecchie sottomissioni non solo verso le autorità religiose e civili, ma persino quella fondamentale uomo/donna.
Il padre di Dunia punisce la figlia di un peccato che Lei in cuor suo sente di non aver commesso e cioè quello di aver guardato, anzi fissato un giovane ad occhi aperti.
Questo per il padre che non a caso era stato prigioniero in Egitto dove certi valori la guerra non aveva intaccato è una grave colpa, per questo la punisce, per questo la madre donna della vecchia generazione che l’aveva sempre difesa, questa volta non osa prendere le sue difese come aveva sempre fatto nel passato.
Si compie una vera rivoluzione nella generazione giovanile sia dei maschi sia delle femmine. E’ il segno che sta sorgendo una donna nuova. Le ragazze della fabbrichina sono il sintomo che con l’industrializzazione sta avvenendo una vera rivoluzione nelle coscienze, le donne operaie lavorano, si emancipano, vivono con il loro lavoro, aspirano ad una vita diversa, paritaria con i loro compagni. Il lavoro in comune fa capire meglio la loro forza, la loro decisione a vivere una vita diversa dal passato. Ma la vita di fabbrica le obbliga a pensareydiversamente dal passatoci menage familiare, l’educazione dei figli, dove e come e cioè sorge il desiderio degli asili nido, etc.
La fabbrichina con il tempo si trasforma. All’inizio all’Autrice lavorare dentro la fabbrica parve una liberazione, parve l’acquisizione della libertà,,* col tempo la ripetizione ogni giorno degli stessi atti, delle
stesse cose diventa una prigione ossessiva dalla quale bisognava liberarsi ad ogni costo.
Sognava di finire gli studi che da giovane non aveva neanche incominciato a compiere. Sogna di istruirsi, di fare una lavoro meno ripetitivo, più intellettuale. Scopre che a Prato ci sono scuole serali, ma frequentarle non è poi così semplice. Perché? Ci sono da superare i pregiudizi, le prevenzioni che riguardano i movimenti di una donna.
Che cosa avrebbero detto i vicini di una donna che tutte le sere fosse andata in città?
Fu anche questa una dura lotta che Dunia ingaggia con i fili invisibili della prevenzione e i pregiudizi prima di tutto con i suoi familiari e poi con la gente del vicinato.
Ma Dunia riesce a vincere anche queste lotte. Si iscrive ai corsi serali, nasconde libri e quaderni e va alla Calamai, due ore per sera. Torna a casa con l’autobus degli operai. Dopo due anni ha fatto il corso di inglese etc. “Lascia la fabbrica”.
Va al nuovo lavoro col batticuore per paura di non farcela, ma poi tendendo tutte le forze ci riesce.
Voi capite che questi racconti sono racconti di vita vissuta, sudata, sofferta. Vince tutte le battaglie. E’ veramente la storia di battaglie interessanti contro tutti e tutto. Chi la dura la vince.
La sua battaglia Dunia l’ha non solo vinta, ma ha avuto la forza di raccontarcela con racconti di una forza artistica straordinaria che la collocano nelle prime file dei narratori del nostro tempo.
Lode a te.
Come tutte le belle fiabe della nostra infanzia anche questa di Dunia finisce o finisce bene. Nell’ultimo racconto l’Autrice ci racconta come Dunia assieme al suo uomo vada felice da turista nel Massiccio centrale della Francia su montagne verdi nella natura rigogliosa.
E’ quasi un po’ naturale, ognuno di noi non poteva finire che così. Della guerra e dei sacrifici ne avevamo avuti troppi, vogliamo respirare un po’, goderci gli ultimi anni della nostra vita.
Speriamo che finisca così, solo che gli immigrati, le guerre sull’altra sponda del Mediterraneo, le minacce creano non poche preoccupazioni.
La vita continua, diffìcile se non impossibile indovinare il nostro futuro.
Speriamo che Draghi sia come quello delle fiabe che uccide tutti, ma la vita non è la solita fiaba.
La vita finisce sempre per vincere.
Recensione a cura del Professore Renato Risaliti




