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28 Marzo 2021
Emanuela Rolla
Emanuela Rolla, come si definisce sul suo sito ufficiale è una “attrice professionista diplomata nel 1998 alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova – Teatro Nazionale. Regista, performer e acting coach” ma per chi scrive è soprattutto un bellissimo incontro professionale, a distanza (lei è di e vive a Genova), via telefono, in cui abbiamo parlato della situazione teatrale attuale ma anche e soprattutto del suo “spettacolo” che sarà trasmesso in rete per pochi intimi il 28 marzo 2020 alle ore 21.15, frutto del contenitore indipendente “Atlantide 2.0.2.1”.
È il primo di una serie di contributi (9) del progetto di Emanuela Rolla “Seduta vicino alla finestra alle tre di pomeriggio” e il primo appuntamento si aprirà con il racconto “_Lunedì o Martedì”:#passo1_La Verità?_” per commemorare l’indimenticabile Virginia Woolf a 80 anni dalla sua scomparsa.
Per garantirsi un’esperienza ancora più alternativa di un vero e proprio Teatro OFF e per prendere posto tra i 30 spettatori nel contenitore online di Atlantide 2.0.2.1., sarà necessario registrarsi gratuitamente dalla pagina di EventBrite a questo link: , e cliccando sul pulsante “Registrati” seguirà l’accesso al gruppo privato di Facebook: “Seduta vicino alla finestra alle tre di pomeriggio”.
A seguito della diretta live, il link dell’evento sarà disponibile a tutto il pubblico della rete, sui canali social di Atlantide 2.0.2.1 (Youtube, Facebook).
Ciao Emanuela. Intanto ti chiedo come va e come hai passato tutto questo lungo periodo che ancora ora, ovviamente in maniera diversa dal primo lockdown, si sta però prolungando per l’emergenza…
Si, assolutamente. Intanto ti ringrazio della domanda. Beh, come sto? Non sono stata bene per niente. Sappiamo benissimo che anno è stato per tutti e sottolineo che non sono stata bene non perché mi ritengo speciale, diversa o perché ho sofferto più di altre categorie, ci mancherebbe, perché ci sono stati malati, vittime, famiglie separate e tanti altri problemi.
Come categoria però siamo in una costante zona rossa e per noi non cambiano i colori.
Per me non cambiano dal 23 febbraio 2020, io avevo un debutto il 28 febbraio di uno spettacolo in cui avevo messo energia e cura nei nove mesi precedenti; è stata come una gravidanza interrotta al nono mese in malomodo.
Sebbene gli uffici dei teatri siano ancora aperti, è di fatto chiusa tutta l’attività culturale dei teatri e la sua comunità. Quindi sto male, sebbene in questo momento mi senta un po’ meglio grazie all’arte che mi ha nutrito nel corso della mia vita e mi continua a nutrire; ho fatto una vera una vera e propria terapia a base di parole importanti che mi hanno accarezzato il cuore.
Quello mi che è mancato, al di là del lavoro che è una crisi sociale devastante, è l’espressione artistica che coincide, nel mio caso, con il mio lavoro. Mancandomi lo spazio di espressione, mi manca la possibilità di dire esattamente chi sono, parlare del mondo, come lo vedo e come voglio raccontarlo. Mi e ci è stato sottratto qualcosa che va al di là della mancanza del portare dei soldi a casa, che è gravissimo; ci è stata tolta l’espressione artistica che si manifesta attraverso il lavoro che facciamo e che faccio.
Io faccio l’artista, sono un’attrice, e quindi ho la fortuna di non pensare al mio lavoro in maniera tradizionale, con le otto ore, il cartellino da timbrare e le ferie; io sono il mio lavoro e mi è mancata la totalità dell’essenza di cosa siamo, l’espressione più profonda di noi stessi.
Il concetto che però è mancato di più è quello della comunità teatrale anche se io so lavorare in solitaria e molte delle mie produzioni degli ultimi anni, anche a causa dell’impatto economico, le ho realizzata da sola.
Grazie però ad Elena Arvigo, con la creazione di “Atlantide 2.0.2.1”, è nata questa visione di questo continente (dal latino continere, ovvero tenere assieme) sommerso.
La volontà di Elena è stata proprio quello di tenere assieme; ha chiamato ventitré attori e attrici delle arti contemporanee delle arti sceniche del teatro, tra amici/amiche o persone conosciute in questo anno, anche attraverso zoom o perché ne condivideva i pensieri, accomunate dallo solita visione, riunendole in un posto virtuale chiamato ‘I camerini di Atlantide’ dove ci siamo incontrati da gennaio ad adesso tre volte a settimana per confrontarci tra di noi.

Emanuela Rolla
Da questi scambi di idee, di visioni, sono nati diversi progetti, tra cui il mio; che non sarebbe nato senza “Atlantide”.
In prospettiva, guardando al futuro e al post-pandemia: tutto ripartirà come se non fosse, tra virgolette, successo nulla, riprendendo una sorta di discorso interrotto, oppure qualcosa sarà cambiato?
Guarda, io mi auguro che tutto non sia come prima, nel senso che già il “prima” del sistema teatrale era pericolante, “franante” e sarebbe un fallimento di questo anno che è segnato sulle nostre vite; sarebbe sconveniente e meriteremmo, perdonami la parola, l’estinzione.
Nel sistema teatrale “classico”, anche dal punto di vista del comparto produttivo, ci sono pochissimi teatri, un numero molto ristretto, che prendono il FUS, il Fondo Unico dello Spettacolo (anche in questo anno di chiusura), che è la maggior parte della torta, una torta che consiste in milioni di euro, non spiccioli. Non sarà sostenibile nemmeno ripartire, in questo senso, come a giugno, perché la maggior parte dei teatri, che vivono del proprio, non possono lavorare con limitazioni rispetto al numero di spettatori che possono accogliere.
Non sono io a poter cambiare le cose ma posso fare, e ti ringrazio della possibilità, una riflessione qua con te. Non sto a dire se sia giusto o non giusto dare il FUS a certi teatri anziché ad altri, ci mancherebbe; si tratta di rivedere un sistema in maniera diversa.
Nemmeno l’insegnamento del teatro che svolgevo prima della pandemia potrà tornare come prima, anche se ovviamente tornerò, mi auguro il prima possibile, ad avere il contatto con le persone, perché quello che manca è la vicinanza dei corpi.
Se però quello che ci sta accadendo non ci insegna qualcosa, risvegliando il pensiero critico e rendendoci tutti responsabili di qualcosa, anche nella parte attiva, non so cosa altro ci deve capitare.
Io credo molto nel concetto della rivoluzione umana dell’individuo. Ognuno di noi è artefice di un cambiamento interiore che automaticamente si riflette, come uno specchio, nella società che hai attorno.
Se rimane tutto come prima è doloroso e temo che sarà così.
Venendo alla strettissima attualità e al progetto che grazie ad “Atlantide 2.0.2.1” presenti domani sera. Nasce per commemorare Virginia Woolf. Ti chiedo quindi qual è il tuo rapporto con questa autrice…
È una bellissima domanda, ti ringrazio nuovamente, e prima di risponderti ti ringrazio perché trovo che siano poche le persone che approfondiscono con delle domande e tu me ne stai facendo parecchie e sono molto felice di questo perché mi permette di ragionare con te dal vivo.

Seduta vicino alla finesra alle tre del pomeriggio-Emanuela Rolla
Venendo a Virginia Woolf. È una figura per me molto importante ed è entrata nella mia vita lavorativa già dal 2011, 2012, ma lì avevo interpretato lei stessa in uno spettacolo che raccontava la sua ultima ora di vita.
Ho avuto la possibilità di confrontarmi sulla costruzione del personaggio con una grande acting coach a livello mondiale che è Susan Batson che all’epoca incontrai a Roma, nel 2012, e lavorai con lei proprio sull’interpretazione e sul mondo emotivo del personaggio.
Le parole di Virginia, nel mio mondo personale, sono un fiume d’acqua che placano delle paure, dei dolori, e in cui mi ci ritrovo molto.
Come nasce nello specifico il progetto “Seduta vicino alla finestra alle tre di pomeriggio”?
Quando Elena Arvigo mi ha chiamato verso fine dicembre e mi ha chiesto come stavo le ho risposto “Sommersa” e lei mi ha detto: “Allora sei perfetta per Atlantide. Perché Atlantide è questo continente sommerso e adesso siamo tutti sommersi. Ti chiedo di lavorare su un progetto”.
Io avevo lo spettacolo interrotto dal lockdown ma è una ferita che deve avere una cura diversa probabilmente e non mi sentivo di riprenderlo. Non mi serviva di esibirmi con il mio spettacolino interrotto a marzo, si tratta di un processo artistico che è stato interrotto ed è diverso; non è un “mi manca la replica e devo andare a rifare il mio spettacolo interrotto a marzo”, mi manca il processo artistico e creativo che è un’altra cosa, ovvero mesi e mesi di una viaggio con una meta che diventa sempre più raggiungibile, è la creazione.
Allora quando Elena mi ha proposto il viaggio in “Atlantide” assieme a lei, insieme ad altre compagne di viaggio che in parte non conoscevo, ho seguito la richiesta che mi aveva fatto, ovvero fare qualcosa che curasse il mio cuore molto dolorante.
Allora ho chiuso gli occhi e ho fatto una lista di desideri, come fa una bambina, e ho pensato a cosa mi fa stare bene, senza preoccuparmi della forma e dell’apparire.
Mi sono venute in mente le parole di Virginia e in particolare i racconti che come definiva la stessa Virginia sono delle “piccole cose”, dei regali, dei piaceri che faceva a se stessa proprio nei momenti difficili e ardui della vita che lei passava.
Scriveva racconti tra un romanzo e l’altro, per lo stress che lei subiva per la pubblicazione dei suoi romanzi, per le critiche; i racconti erano per lei una piccola cura, dei regali.
Ho cercato di portare anche al mio cuore questa sorta di regalo.
Il 28 marzo sono proprio ottant’anni dalla morte di Virginia Woolf…
Il fatto che domani siano ottant’anni dalla morte di Virginia Woolf è stato il primo gancio che io ho usato per uscire. Il progetto è molto più ampio e prevede un cammino di nove racconti, perlomeno nove (poi vediamo). È un’esplorazione artistica di questo tempo strano e non è uno spettacolo. Zoom non sostituirà mai lo spettacolo dal vivo che è un’altra cosa ma stiamo usando i mezzi che abbiano per raccontare storie ad altri.
Come diceva Strehler si racconta storie in qualsiasi modo e “se il palco non ci sarà le racconterò in un cortile, se non ci sarà il cortile le racconterò da dietro una finestra e se sarò da solo le racconterò con le mani, se non ho le mani le racconterò con la voce e se non ho la voce le racconterò con dei cartelli, con dei brandelli di stoffa”.
Il punto è proprio quello, utilizzare i pochi strumenti a disposizione. Io ho un portatile mezzo spaccato, e non ne compro certamente un altro, ho un Iphone con il quale sto parlando con te, ho una “telecamerina scart”, non certo la strumentazione di Spielberg.
Utilizzo questo mezzo per creare comunità e stare con le parole, se questo mi permette di leggere a voce alta un “Otello” (altro evento in streaming di ‘Atlantide’ trasmesso la sera del 27 marzo alle ore 19), Shakespeare, Virginia e da questa roba mettere in moto un pensiero creativo, un pensiero artistico, che porta a quella che io chiamo una restituzione artistica.
Per me è importante essere riuscita grazie ad “Atlantide”, e sottolineo “Atlantide”, a ricostruire la comunità teatrale in cui, anche tramite telefono o via Zoom, ci vediamo, ci incontriamo, ci confrontiamo anche per ore su delle parole, teniamo vivo il fuoco e manteniamo la rotta in quest’anno che sarà ancora duro.
In questo momento ci sono molte proteste in piazza, dei ristoratori, del settore turistico, quindi è situazione per tutti allarmante. Forse, mi viene da dire, non abbastanza…
In che senso?
Tu guarda la Francia e i francesi, che non mi stanno nemmeno simpatici (ride, ndr). Non lo dico per non elogiare l’Italia e gli italiani, siamo tutti diversi, la storia è diversa, ma in Francia hanno occupato, mi sembra, trenta teatri in questi ultimi quindici giorni. Noi siamo un popolo strano, obiettivamente, perché siamo un popolo con un grande bacino di cultura (se pensi a Dante, alla letteratura italiana, poetica, teatrale o alle figure artistiche come Fellini, Pasolini, De Sica, Pietro Germi) eppure abbiamo avuto degli oscurantismi totali negli anni ’80 e ’90 che fanno paura.
È vero che la storia è ciclica e ci insegna che dopo dei grandi up ci sono anche dei down molto forti ma siamo un popolo strano, perché siamo tutti nella stessa barca ma non c’è una “lotta” comune di tutte le categorie insieme, siamo molto separatisti, come popolo.
È vero che si sono delle proteste ma sempre molto separate e forse in questa separazione ci dobbiamo assumere delle responsabilità personali sul proprio pensiero.
Non dico che dobbiamo fare una protesta violenta ma attraverso un pensiero attivo, reattivo, critico e ancora prima autocritico.
Quando ho pensato al progetto di Virginia Woolf, l’inizio del mio progetto, l’incipit della presentazione quando l’ho mandato su “Atlantide”, dice ‘Di ritorno a casa’ e le parole subito dopo sono:””Le parole hanno un senso”. Le potrebbe aver pronunciate il vecchio con le basette. No, no, no. In realtà lui non ha parlato, ma tutto ha un senso””.
Ecco, prendersi la responsabilità del proprio progetto, chi vuole, chi può. Io nel mio piccolo cerco di farlo.
I giovani hanno avuto un ruolo importante nel progetto. Ti va di parlarcene?
Semplicemente con “Atlantide” sono partita il giovedì sera con “Atlantide Lab”. Elena Arvigo pensava che “Atlantide” dovesse avere un contenitore parallelo fatto da otto giovani la cui formazione era stata interrotta a causa della situazione sanitaria nazionale.
E per “Atlantide Lab” mi sono messa a lavorare il giovedì sera per tre/quattro ore via Zoom. Queste ore non si sono rivelate pesanti anche se io lo subisco, mi stanco via Zoom.
Ci siamo incontrati e ho richiesto ai ragazzi di leggere ad alta voce le parole dei racconti che avevo selezionato, non perché non so leggermi i racconti da sola ma per creare comunità.
È stato incredibile. Cinque su otto di questi ragazzi non li conoscevo ma si è creata una comunione di intenti e di vite che si sono incontrate; uscivamo da quelle riunioni via Zoom, che terminavano alle 11.30 di sera, entusiasti e carichi di qualcosa.
Lavorando con loro, in maniera un po’ materna, mi sono sentita di dovergli dare delle restituzioni artistiche, delle missioni artistiche, in base alle parole della Woolf, nella maniera artistica che loro sentivano propria, un gesto creativo.
Dei ragazzi, ad esempio, hanno attaccato su alcune saracinesche della loro città un cartello con scritto “Che cos’è la realtà?” e una matita attaccata; ogni tre giorni passavano a vedere se qualcuno aveva risposto. Le persone ci hanno messo un po’ a rispondere, qualcuno ha rubato la matita, ma ci sono state risposte incredibili, come qualcuno che ha scritto, più o meno, “La realtà è quando mi baci”.
Questi esercizi mi hanno permesso di entrare in contatto con la comunità teatrale, con il pubblico, in una maniera strana.
Per concludere la nostra chiacchierata volevo restare sui giovani, il nostro futuro. Spesso diciamo/pensiamo che siamo noi adulti a dover insegnare qualcosa a loro ma non il contrario. Cosa ci possono insegnare i giovani?
È una bellissima domanda. I giovani di “Atlantide” che sono freschi, aperti, hanno una visione etica.
Etica è una parola per me molto importante che ho imparato da mio nonno Lucifero Rolla (sul nome sorridiamo insieme, ndr) che mi ha insegnato il suo significato all’età di tre anni e mezzo. Converrai come me che non è un insegnamento convenzionale a quell’età, non la classica favoletta.
Ci sono molti giovani che non fanno un cazzo, ma ci sono tanti giovani che hanno un pensiero forte, che hanno una visione con la quale, come nel caso dei ragazzi di “Atlantide”, mi sono confrontata.
Per me l’insegnamento è uno scambio alla pari, un dare e un avere, un confronto in cui accogliere anche la diversità, che è quello che ti spaventa di più.
Andare “in scena” con il mio progetto con gli otto giovani di “Atlantide Lab” è quindi per me un passo naturale.
I giovani, sarà scontato, ma nella staffetta sono il nostro futuro.
di Stefano Cavalli




