
Cosa Nostra, presenze inquietanti nel capoluogo toscano, ampiamente documentate
28 Gennaio 2021
Serata in radio con libri e cinema: a La voce d’arteventi ospitiamo Massimo Chiossi
29 Gennaio 2021Il racconto di Dunia Sardi è tratto dall’antologia “Le storie della via francigena” pubblicato dall’editore Del Bucchia, nell’anno 2013 dietro il concorso internazionale pubblicato dall’editore stesso.
Nostalgia
(seconda parte)
…Giulia richiuse il cancello sul rombo della macchina di sua figlia e tornò indietro incamminandosi lungo il vialetto che si apriva nel parco della grande casa colonica; sua nipote stava incitando il cagnolone a rincorrere una palla e tutti e due scalpicciavano fra le foglie secche per terra che si alzavano in piccoli mulinelli dietro alle loro volate.
“Ora basta giocare… vieni Angela, lascia in pace quel povero cane che sta ansimando a forza di correre e vieni a fare i compiti”
La bambina obbedì: sapeva che la nonna le concedeva molte cose, ma diventava intransigente quando si trattava della scuola. Giulia era stata insegnante e sapeva come fosse importante la comprensione ma anche la serietà e la fermezza con i ragazzi.
Mentre la nipote finiva le sue operazioni Giulia rifletteva sulla vita delle donne di oggi.
Sua figlia aveva scelto di vivere in città, dopo sposata, e abitare un appartamento invece di rimanere in quella casa, dove ci sarebbe stato posto anche per loro.
Giulia aveva vissuto in campagna ed aveva visto sua madre che si era adattata a stare con i nonni e a fare la casalinga, sempre indaffarata ma piena di vitalità e di energie, intenta a stare al passo con il ritmo delle stagioni.
“Ho finito nonna…”
La nipote stava tirando fuori un telefonino dallo zaino e prima che cominciasse a “smanettare” come faceva di solito, per inviare messaggini alle amiche, Giulia si riscosse: “Vieni… andiamo fuori, non è ancora freddo e questa è la stagione che preferisco: ti racconterò la storia di una bambina che quando aveva la tua età andava sempre a vendemmiare…”
“Uffa nonna… perché non mi lasci in pace…” poi la seguì sia pure indispettita… “Io non ci sono mai stata… perché non mi ci porti?
Giulia sorrise e facendola sedere vicina a sé, sulla panchina sotto la grande quercia, le spiegò: “piacerebbe anche a me tornare a cogliere l’uva con le forbici, ma ora nessuno vendemmia più così… tutta la gente che prima, in questa stagione, riempiva i cigli delle fosse fra i filari di viti, è stata sostituita dalle macchine.”
La luce del giorno che moriva si stava spostando lentamente dalla loro panchina fino a lasciarla in ombra; Giulia ebbe un brivido e mentre il vento, insinuandosi sottilmente fra le foglie le portava all’orecchio echi di musiche lontane, cominciò a raccontare: “Ero la bambina più piccola di una famiglia numerosa e ogni anno aspettavo il tempo della vendemmia come si aspetta una grande festa, mi ricordo che
tutto era pieno di colore e d’allegria ; gli uomini si davano un gran daffare a sistemare i tini colmi d’uva al margine dell’aia, mentre noi bambini si girava attorno e non si stava più nella pelle dalla voglia di saltarvi dentro e cominciare a pigiare l’uva a piedi scalzi.
Quando la vendemmia era finita sui tralci ancora verdi delle viti, nascosti da pampini gialli e rossi, restavano appesi solo dei piccoli grappoli per la gioia dei raspollatori.
Già nel tardo pomeriggio della festa lunghi tavoli rettangolari con le panche erano apparecchiati al centro dell’aia coperti da tovaglie bianche di lino, orlate a mano con il punto “a giorno “, che da generazioni le famiglie della fattoria si tramandavano per usarle in occasione dei raccolti.
Sui tavoli c’erano il prosciutto e i salami interi che fino allora erano rimasti appesi in cantina e che la sera si sarebbero affettati, i fiaschi del vino buono dell’ultima vendemmia e le ruote di pane scuro appena uscite dal forno. Il profumo delle vivande copriva tutti gli altri odori; non si risparmiava su nulla e la cena era stata preparata dalla massaia, spianando perfino la pasta, i tradizionali maccheroni fatti in casa, che veniva condita con sugo d’anatra.
La sera, la leggera brezza che arrivava dal vicino torrente spengeva l’afa del giorno e si spandeva nei campi intorno; il gracidare delle rane ed il frinire delle cicale facevano da sottofondo al tintinnio delle posate ed al parlare dei commensali che durante la cena era pacato, come in attesa di riprendere vigore; quel vigore che esplodeva puntuale dopo aver vuotato l’ultimo fiasco di vino.
Dopo cena tutti erano euforici e chiassosi; mentre la fisarmonica intonava i primi valzer, noi bambini si correva oltre l’aia dietro agli animali da cortile, che la massaia troppo indaffarata non aveva ancora rinchiusi nei gabbioni.
Le oche e le anatre rosse e nere come accovacciate su se stesse ed i bianchi paperi orgogliosi a testa alta fuggivano starnazzando e svolazzando verso il loro piccolo acquitrino. Erano allegri anche loro: per quella volta, l’avevano scampata!”
Giulia si accorse che la nipote dormiva… non avrebbe saputo dire dove era arrivata nel racconto, ma aveva un viso rilassato e sereno.
Abbassò lo sguardo e si accorse che nella fretta di portare fuori Angela, era uscita scalza e ora i suoi piedi erano adagiati nella polvere: “Come quelli di un viandante, di un pellegrino… di uno che ha percorso una lunga strada…”.
Pensò che era il tempo di tornare bambina.
Dunia Sardi




