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22 Gennaio 2020In occasione degli eventi per “Il Giorno della Memoria” 2020 pubblichiamo in due parti il racconto “Brunero Tesi” di Dunia Sardi, tratto dal suo libro “La bambina con la farfalla sulla testa”-Editrice Attucci.
” Brunero Tesi”
Era la primavera del ’44 e i fiori erano sbocciati ancora; certo loro non sapevano cosa stesse succedendo nel mondo. Nemmeno io, che avevo tre anni, potevo sapere, mentre cercavo fra l’erba del prato davanti alla villa Gatti, le prime margherite.
D’improvviso, la mia attenzione fu attratta da due figure che venivano tenendosi a braccetto, come a sorreggersi, barcollando. Erano due donne che piangevano e si lamentavano; si fermarono proprio davanti al cancello della villa e le sentii gridare Morina, Morina! “Chiamano la nonna” pensai, mentre vedevo la mamma che correva verso di me e sentivo la voce della nonna che rispondeva impaurita, dalla strada sulla Bure.
Le due donne erano vestite con abiti lunghi e portavano sulle spalle scialli neri. Mentre la nonna correva verso di loro, alzavano le braccia al cielo, agitandole come grandi ali di pipistrello. Un attimo dopo vidi la nonna abbracciata in un groviglio di braccia e pedani di scialli, sentii che gridavano un nome: Brunero, Brunero! Urlavano che il ragazzo non era tornato a casa, che lo avevano preso i tedeschi.
Brunero era il figlio sedicenne di Ugo, un fratello della nonna Morina, e le due donne erano Ines ed Ottavina, la mamma e la zia di questo ragazzo.
Avvinghiate l’una all’altra le donne arrivarono a casa mia, che faceva parte di quella fila di case chiamate “case alte” sulla Bure, dove già si era formata una piccola folla, allarmata dalle loro grida. Ines raccontò fra le lacrime che Brunero era andato a Prato per comprare delle medicine che si trovavano solo di contrabbando, per curare suo padre che era molto malato, e che non lo avevano più visto. Erano passati due giorni e loro lo avevano aspettato giorno e notte sperando che si fosse nascosto da qualche parte, per sfuggire ai rastrellamenti di cui si sentiva parlare proprio in quei giorni, poi avevano cominciato a cercarlo, finché da qualcuno avevano saputo quello che era successo a Prato.
Ines, con parole sconnesse diceva: <Pensare che Brunerino aveva tanta paura dei tedeschi, chissà se è riuscito a scappare… Chissà dove lo avranno portato e se lo rivedremo, e come faremo a dirlo al babbo che sta aspettando le medicine?>.
Con la speranza che le sorresse ancora per qualche tempo, le due donne venivano tutti i giorni a casa nostra ed insieme alla nonna Morina andavano alla stazione ad aspettare l’arrivo dei treni da Prato, pregando che da uno di questi potesse scendere Brunero.
Man mano che passavano i giorni si perdevano le speranze; la nonna doveva essere guardata a vista perché si avviava – come diceva lei – a parare il treno; quel treno che si sentiva fischiare dalle finestre, quando passava rantolando sui binari che attraversavano i campi oltre la Bure, e dove lei pensava fosse rinchiuso il suo Brunero. Le donne sole e disperate si dibattevano bussando a porte chiuse, in un mondo sconvolto dalla guerra dove il potere era in mano ai fascisti. Gli uomini erano lontani, si trovavano al fronte o prigionieri in campi di concentramento. Molti giovani richiamati a combattere nella costituita Repubblica di Salò, erano fuggiti verso le montagne, per entrare nei gruppi di resistenza partigiana. In paese erano rimasti solo i vecchi, le donne e i bambini, che vivevano di miseria, di soprusi e di paura.
La solidarietà e l’affetto ci arrivarono dalle persone semplici, dalle famiglie intorno a noi, ma quelli che contavano non si mossero.
Fine -prima parte-
Tratto dal libro “La bambina con la farfalla sulla testa” -editrice Attucci, Carmignano, di Dunia Sardi
- foto Tesi
- foto memoria brunero






