
Le Radio Tasse
24 Novembre 2019
A Villa di Baggio si festeggia la castagna e si ammirano i presepi.
29 Novembre 2019A sud di Firenze lungo la strada antica Cassia, che porta verso Siena, sulla cima di una collinetta si erge la Certosa di Firenze del Galluzzo. Il complesso monastico fu voluto da Niccolò Acciaioli (1310-1365), personaggio di spicco dell’ambiente politico ed economico trecentesco e appartenente ad una famiglia di banchieri di Firenze; egli fu persona di notevole caratura anche presso la corte angioina del Regno di Napoli dove fu nominato Gran Siniscalco e Viceré di Puglia controllando gli affari e la politica dello stato per lungo tempo. Niccolò Acciaioli, vedendo lo splendore della Certosa di San Martino nella città partenopea, decise di fondarne una anche nella sua città natale, Firenze, ben conscio del notevole prestigio che tale costruzione avrebbe conferito alla sua casata presso le corti regnanti e lo stato pontificio. La dizione Certosa prende il nome dall’ Ordine dei Certosini insediatesi nel primo monastero costruito presso Grenoble in una valle lunga, stretta e inaccessibile detta Grande-Chartreuse; da quel momento tutte le fondazioni edificate dall’ ordine presero tale nome ad indicare la condizione di separatezza dal resto del mondo e la ricerca, nella solitudine, dell’essere supremo divino. Nel XIV inizia la costruzione della Certosa di Firenze: l’Acciaiuoli richiede ai padri e all’ordine in un primo momento di poter costruire una cella a suo uso privato; i padri negano tale concessione; allora egli chiede di edificare un’ambiente di studio in varie discipline umanistiche per studenti laici, a rimarcare l’importanza a quel tempo della cultura e della diffusione della stessa; i padri certosini concessero al benefattore di costruire tale struttura all’ingresso della Certosa, quella a cui si accede dalla scalinata per intenderci, area che comunque rimane rigorosamente al di fuori del perimetro riservato ai religiosi in senso stretto e dove oggi sono conservati gli affreschi del Pontormo che erano originariamente collocati nel chiostro grande. Jacopo Carucci, detto il Pontormo, in seguito alla peste che colpì Firenze nel 1523 soggiornò in queste stanze e dipinse gli affreschi dedicati alla Passione di Cristo; cessata l’epidemia egli torno a Firenze, ma fu sempre legatissimo alla Certosa del Galluzzo in cui tornava a risiedervi per trovare pace e silenzio alla sua anima inquieta e tormentata. Alla Certosa portarono il loro contributo anche altri artisti, tra gli altri, Orcagna (collaboratore nelle edificazione della loggia dei Lanzi in piazza della Signoria a Firenze) e Giovanni della Robbia (artista che eccelse nella tecnica della ceramica policroma invetriata, di sua produzione sono le 66 teste di santi e religiosi che ornano il chiostro grande); Nel corso dei secoli gli ambienti furono ulteriormente decorati e arricchiti, e ben due Papi soggiornarono nella struttura: Papa IV nella foresteria, recandosi in esilio in Francia, e Papa Pio VII nel 1804 dovendosi recare in Francia all’ incoronazione di Napoleone come imperatore. Quest’ultimo soggiornò in quelle che oggi sono le stanze papali rese fruibili grazie alle visite guidate; purtroppo l’arrivo di Napoleone nel 1810 coincide con la soppressione del monastero e il saccheggio senza fine delle opere, come ricordavano amaramente i padri religiosi già molti anni fa e come sottolineano ancora oggi le guide turistiche. Osservando la struttura del monastero e passeggiando per gli ambienti si realizza subito che all’interno vi è una ulteriore suddivisione, oltre a quella con il mondo esterno: La comunità all’ interno infatti era costituita dai Padri Fratelli, i religiosi veri e propri che applicavano rigorosamente il modo di vita dell’ordine e i Conversi, che dovevano occuparsi delle attività ordinarie e quotidiane più terrene per se e per i padri: le pulizie, le mense, le sistemazioni delle stanze; questi due gruppi non dovevano incontrarsi e comunicare tra loro (eccetto in alcune occasioni) e gli ambienti del monastero (refettorio, chiostri con le celle e ambienti di preghiera) sono completamente separati oppure organizzati in modo tale che le persone dei due gruppi non potessero incrociarsi. Esempio classico è il refettorio dove i Conversi, oltre a mangiare separatamente dai Padri, servivano i pasti agli stessi appoggiando le pietanze sui ripiani di un doppio armadio cui chiudevano le ante. Lo spazio conventuale quindi è disposto soprattutto per tutelare una “vita solitaria”; Il momento più importante della vita spirituale del monaco-eremita è la “scuola” della sua cella, tra le cui mura, durante gran parte dell’arco della giornata, egli potrà dedicarsi alla preghiera, alla meditazione della Sacra Scrittura e infine, al suo avvicinamento a Dio. Ma nel suo cammino verso il rapporto e il dialogo con Dio, il certosino non è lasciato a sé stesso dal momento che egli fa parte di una vera comunità che trova il suo spirito nella preghiera “corale” dell’ufficio divino e nel pasto in comune in determinate feste e solennità dell’anno liturgico; la riunione capitolare dove decidere e organizzare l’andamento spirituale, ma non solo, dell’intera comunità è un altro momento di comunione: l’ambiente in cui si svolge tale riunione è appunto la Sala Capitolare, o brevemente il Capitolo, da cui discende direttamente l’espressione “non avere voce in capitolo” poiché le disposizioni del padre superiore conventuale erano insindacabili, non le avrebbe ripetute e non poteva/doveva essere interrotto nella sua esposizione per alcuna motivazione. Che la sala capitolare rivesta un’importanza nel fluire della vita della certosa lo si evince dalla sepoltura e del monumento funebre quivi presente: una delle personalità d spicco tra i priori succedutesi alla guida dell’ordine, don Leonardo Buonafé. Vescovo di Cortona, responsabile dell’ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze, fu uomo di cultura e ingegno e provvide alla ristrutturazione e a dotare di opere d’arte la Certosa. Divenuto Spedalingo dell’ospedale del Ceppo a Pistoia fece eseguire allo scultore Santi Buglioni il fregio delle sette opere di misericordia dove troviamo lo stesso priore raffigurato in abiti certosini pur avendo assunto ben altro incarico… a dimostrazione della sua devozione e legame all’ordine; la sepoltura nel capitolo celebra ulteriormente tale devozione, anche ultraterrena, e la volontà di essere partecipe, sempre, all’ ideale di vita monastico.
Renato Vagaggini











