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17 Ottobre 2019Quattro chiacchiere su un tema importantissimo, con Adriana Tognaccini la Responsabile della Sezione ADMO di Pistoia.
A.D.M.O. Un acronimo di quattro lettere che stanno lì a significare: Associazione Donatori di Midollo Osseo.
Un’associazione come tante? È superfluo sottolinearlo, ma assolutamente no! Quello di cui parleremo oggi è un qualcosa di terribilmente serio e importante che, come ho messo nel titolo, può addirittura contribuire a salvare la vita delle persone.
Ma andiamo per ordine.
Incontro come è ormai diventata quasi una consuetudine la dottoressa Tognaccini nel giardino del Caffè Marini. Un luogo centrale, comodo da raggiungere, ma soprattutto un posto tranquillo, dove parlare è ancora possibile. E noi siamo qui proprio per parlare.
Dottoressa, mi racconta qualcosa di lei? – le chiedo per “rompere il ghiaccio”.
Sono medico, e ho lavorato per oltre trent’anni presso il Centro Trasfusionale dell’ospedale di Pistoia. Dal 2012 sono in pensione, e dopo essermi presa un anno di pausa ho accettato con timore misto a entusiasmo l’invito di un’amica, mia ex paziente, a voler collaborare con lei nella riorganizzazione della Sezione Pistoiese dell’ADMO. E così eccomi oggi catapultata in pieno in questa attività, ovviamente del tutto volontaria. Un’attività che coinvolge in maniera totale, soprattutto visto quello che è il nostro scopo primario.
Bene dottoressa, iniziamo a parlarne. Che cosa vuol dire la sigla l’abbiamo già spiegato, però è una sigla che in realtà, pur dicendo moltissimo, sembra non chiarire perfettamente quello che è oggi il mondo delle donazioni di midollo e le modalità con le quali questo avviene.
È verissimo, forse al posto di “midollo osseo” dovremmo usare un’espressione più tecnica ma molto più soft se vogliamo e cioè “Cellule Staminali Emopoietiche”. Sentir parlare di midollo osseo non è l’approccio ideale verso chi, spesso digiuno di cognizioni mediche o informazioni particolareggiate, vuole avvicinarsi a noi. E lo dico perché spesso il midollo osseo viene confuso con il midollo spinale. Questo crea oltre che confusione anche tutta una serie di timori rispetto a questa donazione che invece è in realtà ben altra cosa.
Invece? Scusi la domanda, ma vorrei che mi aiutasse a capire.
Midollo osseo e midollo spinale sono due cose completamente diverse: il midollo spinale è tessuto nervoso contenuto nel canale vertebrale e ovviamente non si può donare. Sapesse quante volte ci viene posta, quasi con timore, la domanda se donando si corre il rischio di rimanere paralizzati, associando il prelievo a chissà quale operazione sulla colonna vertebrale. Niente di più errato. Il midollo osseo non è altro che del normalissimo sangue che si può prelevare dalle ossa del bacino o dalla vena di un braccio, esattamente come facciamo ogni volta che dobbiamo fare un esame (certo il procedimento è un poco più lungo). In entrambi i casi la colonna vertebrale non c’entra assolutamente niente.
Ma allora quel nome? Perché si parla di midollo osseo?
Semplicemente perché quel sangue di cui parlavo si trova principalmente nella parte interna delle ossa, detta midollare. Ossa lunghe, piatte e in misura maggiore in quelle del bacino. Ma oggi nella maggior parte dei casi il prelievo viene fatto dalle vene
Ma allora… – chiedo sorpreso da questa che mi appare come una cosa alla quale mai avrei pensato.
Lei forse vuol sapere cosa ha di così particolare il sangue midollare rispetto a quello che circola nelle arterie e nelle vene? E’ ricco di cellule staminali emopoietiche, che in pratica sono i precursori delle cellule del sangue (il professor Rossi Ferrini di Firenze le chiamava le “mamme” delle cellule del sangue). Sono cellule non specializzate, che si riproducono continuamente e man mano si differenziano in globuli rossi, globuli bianchi e piastrine.
Queste cellule per fortuna sono presenti in piccola quantità anche in circolo e quindi possiamo prelevarle, dopo un breve e innocuo trattamento con un fattore di crescita, anche da una vena di un braccio. Quello che preleviamo è semplicemente sangue che, grazie a un separatore cellulare, viene diviso nei suoi componenti, permettendoci di raccogliere in una sacca le cellule staminali emopoietiche e di restituire tutto il resto al donatore.
Ne consegue che…
Che sono proprio queste particolari cellule che, avendo la capacità di riprodurre le tre filiere cellulari, sono in grado di ripopolare completamente il midollo di un paziente che per svariate cause non funziona più o funziona male, e di ricostituire completamente sia la funzione ematologica che quella immunitaria. Ovviamente questa che le ho dato è una spiegazione di minima.
No, è stata invece chiarissima. Anch’io che sono all’oscuro di quasi tutto in materia medica, conosco l’importanza dei globuli rossi o bianchi e delle piastrine. Quindi, in un organismo malato non più in grado di autoprodurne, l’inserimento di cellule sane provenienti da un donatore riesce a rimettere in modo il circuito virtuoso?
E’ un po’ più complicato, ma il principio base è questo.
Lei mi ha parlato di prelievo di sangue. Come avviene?
Nello stesso modo in cui si effettua una donazione di sangue. Con un semplice ago in una vena. I prelievi dalle creste iliache del bacino si utilizzano ormai in un minor numero di casi, nei quali ad esempio il paziente/ricevente sia un bambino.
Tutto qua? Si diventa donatori di midollo osseo semplicemente donando il sangue?
Sì, è proprio così. Il procedimento come ho accennato è lo stesso, soltanto però un poco più lungo, perché il sangue viene prelevato da un braccio, passa attraverso un separatore cellulare che altro non è che una centrifuga che estrae le cellule staminali raccogliendole in una sacca (insieme a una certa quantità di globuli bianchi e rossi), e viene immediatamente reimmesso all’interno del corpo del donatore.
Perciò per chi dona, niente ricovero né anestesie, dolorini, timori di chissà quali possibili conseguenze, eccetera?
Con il prelievo di sangue è così come lei dice. E questo avviene esclusivamente e direttamente nei centri trasfusionali, quindi con ogni cautela e garanzia possibile per chi dona. Mentre invece per quei casi in cui il prelievo viene effettuato dalle creste iliache, diciamo per semplicità dal bacino, il procedimento è più articolato. Occorre un brevissimo ricovero in ospedale di un giorno e mezzo, dato che si procede in anestesia generale. A questo proposito aggiungo un’altra cosa. La nostra legislazione in materia è nel mondo una delle più attente alla tutela del donatore e ogni qualvolta occorra procedere a effettuare una anestesia, se dagli esami preliminari il donatore non risulta appartenere alla classe di rischio più bassa, cioè a quella vicinissima allo zero, tutto si ferma e la donazione non è possibile.
Chiariamo adesso un altro punto. Possiamo essere tutti donatori?
No, purtroppo per diventare un potenziale donatore, ossia per potersi iscrivere al Registro dei donatori, occorre avere un’età compresa tra 18 e 36 anni non compiuti, pesare più di 50 chilogrammi e, ovviamente, essere in buona salute. Una volta inseriti, si rimane nel Registro fino a 55 anni.
Cosa vuol dire dottoressa “potenziali donatori”?
Significa che essere donatori di midollo osseo è cosa molto diversa dall’essere donatore di sangue. Nel nostro caso si può essere iscritti nel registro, essere del tutto idonei a farlo, e… non donare mai.
Vuole per cortesia chiarire meglio il concetto?
Chiunque voglia diventare un possibile donatore si deve presentare presso un Centro Trasfusionale, dichiarare la propria volontà e riempire un breve questionario anamnestico nel quale si chiedono varie cose, comprese eventuali patologie del donatore o dei familiari. Si effettua quindi un minimo prelievo di sangue sul quale viene eseguita la tipizzazione del sistema HLA, che è in definitiva ciò che dimostrerà la compatibilità del donatore con un eventuale ricevente. Questa tipizzazione viene inserita nel registro nazionale dei donatori, che è a sua volta collegato in maniera informatica con analoghi registri di altri 51 paesi nel mondo, in modo da formare un unico grande registro mondiale. Lì il donatore rimane sino al compimento dei 55 anni. Dopodiché quel nome scompare. Poi, la cosa più probabile è che un potenziale donatore dopo il primo esame non debba fare più niente, rimanendo semplicemente in attesa. Se invece, prima di quei fatidici 55 anni, in qualche parte del mondo ci sarà un paziente che risulterà compatibile con lui, solo allora verrà richiamato a confermare la propria disponibilità e in caso affermativo a fare altri esami per stabilire ancora una volta la piena idoneità a donare, che potrebbe essere mutata nel corso tempo. E in ultima analisi la sua piena compatibilità con il possibile ricevente.
Quindi essere donatori di midollo osseo consiste sostanzialmente nel dichiarare la propria disponibilità a essere chiamato a farlo in caso di accertato bisogno?
In pratica sì. Tenga conto che la compatibilità tra individui è bassissima, circa 1 a 100.000 tra non consanguinei, e quindi con una simile percentuale sono anche molto basse le possibilità che questa donazione possa avvenire. Ecco il motivo per il quale occorrerebbero molti ma molti potenziali donatori in più rispetto a quanti oggi sono iscritti nei registri mondiali.
Perciò se ho ben capito, non esiste una raccolta preventiva come ad esempio avviene con il sangue. Si viene chiamati soltanto qualora si verifichi la remota ipotesi che nel mondo ci sia un altro essere umano che ha con noi la piena compatibilità di quel benedetto HLA. Elemento questo che rappresenta per lui la speranza di poter sopravvivere. Ed essere uno su centomila, anche se sembra un numero che offre ben poche possibilità di essere chiamati a donare la vita a qualcuno, rappresenta in ogni caso un enorme incentivo per tentare di farlo. E poi, centomila, rispetto ai miliardi di esseri umani che potrebbero averne bisogno, mi sembra un buon numero. È valida la mia sintesi dottoressa?
Esatto, è proprio in questo modo. E la nostra Fulvia, l’amica di cui le parlavo all’inizio, ne è la testimonianza. Solo che lei non è una donatrice, ma è colei alla quale un ignoto donatore ha restituito un futuro che sembrava ormai soltanto una chimera. – afferma felice, indicandomi la bella ragazza seduta con noi al tavolo e che sino a questo momento ha ascoltato tutto con estrema attenzione.
Ed è vero, tutto preso dall’ascoltare, non vi ho ancora detto che assieme alla dottoressa Adriana, è presente al nostro incontro anche una giovane signora, Fulvia Passerotti, dalla quale adesso mi aspetto di ascoltare il racconto della propria vicenda.
Dottoressa, siamo quasi al termine della nostra chiacchierata, ma sinora non abbiamo ancora accennato a quali sono le patologie sulle quali è possibile intervenire con una donazione di cellule staminali.
Adesso lo diciamo, però vorrei precisare un’altra questione fondamentale. Parlando di donazione di midollo osseo abbiamo parlato anche di trapianto. Per estrema chiarezza, una cosa è il trapianto di organi, un’altra è il trapianto di midollo, in quanto il trapianto delle cellule donate avviene anche per il ricevente sempre mediante una trasfusione. Nessun intervento chirurgico. Le cellule sono bravissime a trovare da sole “la strada di casa”, e una volta entrate in circolo riescono ad arrivare nelle nicchie dell’osso e lì si fermano e prendono a iniziare il loro lavoro, riproducendo cellule “sane”. Riguardo invece alle patologie che si cerca di curare con questo metodo, la stragrande maggioranza sono le malattie del sangue, congenite come talassemie o i deficit gravi dell’immunità, o più spesso acquisite come i tumori delle cellule del sangue quali linfomi, mieloma e principalmente leucemie, rispetto alle quali questa può essere l’unica terapia salvavita o quella più efficace per ridurre il rischio di ricaduta.
Un’ultima domanda, giusto per segnalare a chi ci leggerà l’importanza di questa pratica. Io ho detto, e lei che ne ha titolo lo ha confermato, che chi dona spesso salva una vita. Mi può dare alcuni dati rispetto ai risultati?
L’indice di risultati positivi già da qualche anno è decisamente buono, addirittura per alcune malattie possiamo dire che il successo arriva tra il 70 e l’80% dei casi. Per altre purtroppo i successi sono inferiori, ma restano comunque tali da dare speranza a moltissimi.
Termina qua la parte che dedico alla dottoressa Tognaccini. Non perché l’incontro sia terminato, ma perché sarebbe adesso il momento di raccontare di Fulvia, della quale ho ascoltato la storia, drammatica e allo stesso tempo felice per come si è conclusa. Ma per il momento mi fermo qua, perché ho deciso che quell’esperienza meriti un suo spazio personale. Una pagina interamente dedicata a lei, giovane donna che deve la vita a un ignoto donatore. A lui, ma anche all’opera dell’ADMO, senza la quale forse, confusa dal dramma che ha vissuto, avrebbe potuto smarrire la strada.
Grazie dunque alla dottoressa Adriana Tognaccini della Sezione ADMO di Pistoia, che mi ha spalancato le porte di un mondo che non conoscevo e verso il quale avevo moltissime indicazioni errate. Lei e tutti gli altri che come lei hanno la forza, la volontà e la capacità di regalare il proprio tempo agli altri, sono sicuramente la parte migliore della nostra società, e proprio per questo meriterebbero di stare ogni giorno in prima pagina.
Per arteventinews
Enrico Miniati





