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10 Giugno 2019Ascolto il vento che soffia e muove la tenda, è un po’ come se avessi accanto un amico invisibile. Questa Primavera tarda ad arrivare e forse non arriverà mai. Passeremo dall’inverno all’estate all’improvviso come un battito di ciglia, un colpo secco di un ramo che si spezza, un terremoto. Però a pensarci bene questa stagione cattiva che obbliga un maggiore abitare domestico, porta con sé anche qualcosa di buono: un tempo inaspettato da dedicare alle riflessioni. Dopo tre giorni di dialoghi degli altri e con gli altri, finalmente un monologo interiore, appena sussurrato, a fior di labbra, dedicato alle proprie riflessioni.
Com’è quando si con-vive con il male? Ce ne ha parlato Isabella Merzagora in un incontro organizzato durante i “Dialoghi sull’Uomo” di Pistoia. Giurista, psicologa, professore ordinario dell’Università degli Studi di Milano e presidente della Società Italiana di Criminologia, Merzagora si presenta e stempera l’ansia che aleggia sul pubblico presente al Teatro Bolognini di Pistoia.
Esordisce dicendo: «All’interno del complesso Universitario dove lavoro c’è l’Istituto di Medicina Legale e la sala anatomica e non è vero che è un posto tetro e buio come purtroppo assodato nell’immaginario collettivo, abbiamo anche una vasca con le tartarughe alle quali diamo regolarmente grandi quantità di insalata». Dal pubblico si leva un brusio divertito. Ormai è stabilito il contatto e verso questa signora molto ben tenuta, forbita nel parlare e piena di spirito prende corpo una sorta di empatia, una convinta predisposizione ad ascoltare quello che dirà, anche se il tema trattato non è dei più affascinanti.
Ecco allora che la criminologa fa un’affermazione che porta a riflettere: «Il confronto con il male – dice – fa parte di diverse professioni, non è un diritto esclusivo della criminologia». Sentendo tremare la voce di Merzagora mi viene da pensare che anche un criminologo ha un’anima, si commuove, soffre come tutti gli altri essere umani ed è facile sfatare la convinzione della persona insensibile sulla quale un’opinione consolidata le ha costruito addosso una corazza impenetrabile di indifferenza al dolore.
Merzagora spiega che nel proprio lavoro, per sconfiggere il male, non deve cedere agli umori ma, fermo restando il dover scontare la pena inflitta, attraverso colloqui di socializzazione e di rieducazione, deve aiutare a reinserirsi nella società coloro che sono dei veri e propri “ritardati etici”
Insieme ai cattivi, sadici, folli, superficiali, ci sono anche i buoni, le vittime di falsi pregiudizi. Niente è mai bianco o nero, le sfumature di grigio sono innumerevoli.
La relatrice ricorda il tempo del nazismo e la voce le trema nuovamente. Si chiede e ci chiede come sia stato possibile che le SS addette ai campi di sterminio potevano tornare a casa la sera a riabbracciare e baciare i loro bambini quando ne avevano massacrati migliaia solo per mettere in atto ciò che veniva chiamata dai nazisti la “soluzione finale”.
Ecco che l’intervento si sposta su di un tema che mi sta molto a cuore: il “Male assoluto”. Imbarazzante ma doveroso è riconoscere che esiste una piccola parte di male anche in ciascuno di noi e quindi porsi una domanda: “Quando milioni di persone, forti di eseguire dei comandi, uccidono in maniera efferata milioni di innocenti e solamente poche migliaia sono loro contro, da che parte sarei stato io?” È onesto non avere certezze. I nazisti obbedendo agli ordini esercitavano una coscienza sostitutiva e mettevano a tacere la propria coscienza. Hitler disse che la coscienza era un’invenzione degli Ebrei, cosicché l’ideologia prese facilmente il posto del “fermiamoci”.
Quando ripensiamo a cosa è avvenuto nei campi di concentramento tedeschi si percepisce dolore, quasi fosse un dolore fisico di fronte a simili atrocità. Il male, quel Male è una ferita aperta che non risarcisce.
Il Male e la con-vivenza con esso porterebbe la nostra discussione molto lontano, affrontarne l’aspetto morale, fisico ed ontologico è molto difficile e presuppone conoscenze filosofiche e teologiche che farebbero riempire pagine e pagine, mi limiterò a dire più semplicemente che il male è tutto l’insieme di cose, di azioni e di pensieri che in modo più o meno cruento si oppongono al bene. Il male lo conosciamo a sufficienza come conosciamo il bene e non vi alcun dubbio che esso è dentro di noi oltre che intorno a noi.
Devo dire che nel corso degli anni il mio mendicare continuo alla ricerca della ragione del Male non ha mai avuto risposta perché non ne va cercata una ragione, esso va accettato come si accetta il Bene, tutt’al più ne va cercato il senso, o più opportunamente, il non senso. La ragione del Male che vive in ciascuno di noi è introvabile. Inutile sforzarsi. Essa può essere trovata, solo sul piano divino ma non umano. Chi riesce può tentare di dare un significato al dolore. Solo a quello. Non è il mio caso, o meglio ancora, nonostante i miei sforzi non sono ancora riuscito in questo.
Una considerazione è doverosa. Siamo talmente abituati di stare in mezzo al male che quasi non si vede più, tutto diventa ordinario, accettabile, banale. A volte anche noioso. Spesso associo la parola “male” al tempo e gli eventi che viviamo e metto al primo posto il pregiudizio dilagante e il rifiuto dell’altro. Si espandono a macchia d’olio parole e gesti discriminatori verso il proprio simile, con cultura, carattere, tradizioni diverse dalle nostre. Verso colui che temo possa prendere il mio posto, il mio cibo, il mio lavoro, la mia casa.
Per più di quaranta volte nel Vecchio Testamento si ricorda l’obbligo di amare lo straniero riconoscendone la dignità e proteggendolo dai soprusi mentre nel Levitico ricorre una sola volta “ama il prossimo tuo come te stesso”. Se paragoniamo la storia dell’Umanità a 24 ore per 23 ore e 55 minuti siamo stati nomadi, solo adesso nei rimanenti 5 minuti siamo diventati stanziali.
Sono pienamente d’accordo con le parole di Merzagora quando afferma che ” …è impossibile modificare un aspetto del proprio carattere però qualcosa possiamo fare e anche se siamo cattivi scegliere di non fare il male perché la differenza non è per come sei ma per quello che hai fatto…”
Per abitudine, indole e moda siamo diventati tutti portatori di grandi verità e intrisi di un mondo buio, fatto del rifiuto dell’altro. Non si può conoscere la verità se stai dentro alla cosa. Per vedere bene è necessario allontanarsi un po’ dai luoghi comuni, dai pregiudizi, dall’intolleranza e accendere la luce.
Straripanti come siamo delle proprie certezze, dapprima sarà dura e faremo fatica ma poi riusciremo a vedere la sagoma del prossimo e scorgere nel profilo del suo volto l’immagine del nostro.
Alessandro Orlando




