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2 Gennaio 2019“Inno all’amore, quello di un padre verso una figlia” queste le prime parole del comico fiorentino nel presentare il suo ultimo film.
Prodotto da Levante per Medusa Film, nelle sale dal 29 novembre, la tredicesima opera di Leonardo Pieraccioni racconta di un uomo che crede di essere cambiato e di potersi concedersi una nuova opportunità.
Ventitré anni fa il regista esordiva con “I laureati”, era il 1995. Da allora molti sono stati i suoi film, da quella gioventù della sua prima esperienza cinematografica ad una maturità che forse porta ad un linguaggio nuovo che, se pur con fatica a stare al passo con il progresso, (il protagonista, Leonardo Giustini, si ostina a scrivere su un vecchio pc, ad usare la vecchia auto e rintanarsi nella sua casa silenziosa con il frigo pieno di involtini primavera…) cerca di evolversi.
Il film si apre con un omaggio a Idro Montanelli, una targa poggiata sulla scrivania del protagonista Leonardo Giustini. E’ un giornalista disinteressato a qualsiasi responsabilità, soprattutto nella vita privata, da circa un anno ha una relazione con una ricca figlia di papà, Ginora (Elena Cucci), che lui, ironicamente, chiama 48 come il numero di neuroni che le attribuisce a causa del suo atteggiamento da svampita. La figlia quindicenne Yolanda (Mariasole Pollio), stufa dell’atteggiamento del padre, contatta a sua insaputa tutte le sue ex, con un messaggino tanto semplice quanto diretto: “Sono cambiato! Ci riproviamo?”. Dalla mattina successiva Leonardo, ignaro del gesto della figlia, riceve le risposte più disparate da tutte le sue ex fidanzate.
Benedetta, Caterina Murino, che nel frattempo è diventata una suora laica, sarà la prima che incontrerà e che gli dirà quanto era noioso stare con lui, motivo che l’aveva indotta a lasciarlo, Elettra, Gabriella Pession, docente e madre divorziata di due irritanti gemellini, che per vendicarsi di come il loro rapporto si troncò, lo incastra con in mano un mazzo di fiori, in una lezione di filosofia in aula magna dinanzi a tutti i suoi allievi, chiedendogli di spiegare il perchè del suo sfacciato ritorno.
Fino a Fioretta, Antonia Truppo, che ritrova trasformata nella sua femminiltà, decisa a cambiare sesso e diventare un uomo, ritrovandosi ad un’imbarazzante cena romantica. E ancora Angelica, Michela Andreozzi, in una delle scene del film più delicate e a tratti commovente, grande amore delle superiori colpita da una sorta di Alzheimer precoce, che incontra in una stanza piena di luce intenta a disegnare. Senza dimenticare Fabiola, Claudia Pandolfi, madre di Yolanda e risposata con l’eccentrico Fabio, Gianluca Guidi, che più di tutte lo condurrà a ritrovare sé stesso incontrandolo su una barca a remi dondolante sul lago.
Dall’invio del messaggio il film svolazza come un Peter Pan, con le sue scene comiche e con parentesi riflessive dove il protagonista, il regista stesso, cerca di porsi seriamente sempre la stessa domanda, se è sempre lo stesso oppure è cambiato.
Quello che il film ci dice è certamente che Leonardo Pieraccioni sente la necessità di allontanarsi da quello che era il suo cinema precedente, che sicuramente qualcosa in lui è cambiato e lo dimostra la necessità stessa di chiederselo. Autobiografico più che mai, ci comunica che si allontana dalla sua ombra per guardare avanti a qualcosa che, per amore della figlia, lo faccia diventare un uomo migliore. Al riguardo, piacevoli brandelli di sorrisi ci sono stati regalati dalla bravissima Nunzia Schiano, siparietti con la vicina anziana impicciona e saccente che nasconde invece un cuore materno e saggio invitandolo a riflettere su quanto sia labile il confine tra il fiorire e lo sfiorire delle rose.
Lo sceneggiatore Filippo Bologna porta il regista a scegliere un approccio più autoironico e autobiografico del solito, una scelta intelligente che influisce in questo cambiamento e che rende il film più maturo da molti punti di vista.
Nella pellicola non mancano le apparizioni degli amici di sempre, come Carlo Conti che viene inquadrato durante la partita di tennis di Mariasole. A chi chiede di Massimo Ceccherini lui risponde che sarebbe stato pronto a vestirsi da donna per vestire i panni di una sua ex ma, la sua assenza fa parte certo di quel cambiamento e, potremmo dire scelta anche questa intelligente.
Altro omaggio è quello all’amico Niki Giustini, da cui ha preso il cognome per il protagonista.
“La sua allegria se ne è andata troppo presto. Da lassù sghignazzerà insieme al mio babbo” dice il fiorentino, ricordando che questo è anche il primo film senza Osvaldo Pieraccioni, scomparso tre anni fa.
Il tutto nell’indiscussa bellezza della Toscana, tra Prato e Firenze, Mugello, tra il lago di Bilancino, il Castello di Scarperia, il centro di Borgo San Lorenzo e Villa Pecori-Giraldi. Una scelta fortemente voluta dal regista, legata ai suoi ricordi d’infanzia.
Questo film forse non è un turbine comico, cosa che non dispiace, si distacca dal passato, dondola verso un futuro incerto, lascia spunti a riflessioni leggere ma che partono dal profondo, nei panni di un padre o di un semplice uomo che cerca di essere migliore, un invito a ricominciare, a riprovarci, spinti sempre dall’amore.
Felisia Toscano
- Maurizio Gori intervista Leonardo Pieraccioni per Arteventi news. Foto di Maria Di Pietro
- Mariasole Pollio . Prima Se son rose .Uci cinema. Foto di Maria di Pietro
- Prima del film Se son rose .Uci cinema. Leonardo Pieraccioni. Foto di Maria Di Pietro







