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A Pistoia, il 26 e 27 ottobre scorso, si è tenuto il Convegno Nazionale dal titolo “Da Borghi Abbandonati a Borghi Ritrovati”, organizzato dall’Associazione “9Cento”, con il patrocinio delle maggiori autorità locali e sponsorizzato da enti nazionali: il convegno ha trattato il tema dello spopolamento di ampie aree periferiche, un tempo abitate e poi abbandonate a seguito dei fenomeni di urbanizzazione compulsiva.
Le cause dell’abbandono sono state analizzate con l’apporto di studiosi, nazionali ed esteri, di varie discipline interessate al fenomeno, con una sezione dedicata alle esperienze di “ri-popolamento”, particolarmente interessanti perché nate in Italia: è stato posto in evidenza come il concetto stesso di “comunità” torni ad essere centrale nei borghi ripopolati, con la costruzione di uno stile di vita che ha come obbiettivo primario la qualità del vivere, inteso come benessere complessivo comunitario e del singolo.
Tra gli studiosi presenti l’antropologo, figura della quale, forse, non è ancora molto conosciuto il lavoro: uno dei relatori del convegno, il prof. Pietro Clemente, promotore della “Rete dei Piccoli Paesi”, che vanta ormai adesioni in tutta Italia, con l’organizzazione di festival ed eventi che attraggono un numero sempre maggiore di partecipanti, si è reso disponibile ad illustrare gli aspetti peculiari di questa professione.
Prof. Clemente, chi è l’antropologo?
Il mio Maestro Alberto Cirese, col quale mi laureai a Cagliari nel 1969, usava definire così il campo dell’antropologia e le sue tre grandi discipline, Antropologia Culturale, Etnologia, Storia delle Tradizioni Popolari, diceva che il proverbio ‘Paese che vai usanza che trovi’ indica il campo dell’etnologia e delle tradizioni popolari, quello delle diversità delle culture, invece il proverbio ‘Tutto il mondo è paese’ indica il campo della antropologia culturale, che studia i tratti comuni degli esseri umani.
Non tutti sono d’accordo, ma è un bel modo di far capire un ambito nuovo e difficile. Oggi queste discipline hanno molte specializzazioni: antropologia medica, antropologia del patrimonio, antropologia dell’arte etc. ma non hanno una forte definizione professionale e lavorativa.
Nella mia storia personale per lo più l’antropologo era un ricercatore puro, ovvero insegnava all’Università o faceva ricerche per qualche ente pubblico. In Italia non c’è stata la possibilità di avere una antropologia applicata alla ricerca sociale da utilizzare per la vita contemporanea.
Oggi nel discorso comune, nei talk show, tutti dicono ‘svolta antropologica’, ‘ dimensione antropologica’, ma lo fanno senza senso. L’antropologia è poco conosciuta, ed avrebbe straordinarie qualità – per i suoi studi, per il suo metodo – a intervenire sui temi della migrazione dei popoli e dell’incontro delle culture.
Anche nella formazione scolastica, ovvero nell’educazione pubblica alla pluralità culturale. Per ora il successo professionale che gli antropologi hanno avuto è quello di un profilo lavorativo specifico nel Ministero dei beni e delle attività culturali. Si chiama profilo demo-etno-antropologico ed opera insieme a storici dell’arte, architetti, archeologi, nel campo del patrimonio culturale nazionale e in parte anche nei grandi musei nazionali, come il Museo etnologico e preistorico Pigorini di Roma.
Questo ruolo esiste solo da un anno e ci sono una dozzina di antropologi di nuova generazione che hanno vinto un concorso nazionale. Con queste nuove figure professionali le tante ricerche fatta dagli antropologi nel campo delle culture popolari, della cultura materiale, delle culture e delle museografie etnologiche, hanno finalmente qualche protagonista che può operare in nome dello Stato e della sfera pubblica. Quindi può segnalare, valorizzare, tutelare dei beni culturali.
Tracciando il profilo dell’antropologo, lei ha affermato che in Italia l’antropologia è stata utilizzata prevalentemente per la ricerca e non per l’indagine sociale: cosa intende esattamente? Può fare qualche esempio concreto?
L’indagine sociale richiede finanziamenti significativi, la creazione di gruppi di lavoro, la costruzione di competenze interdisciplinari, una ricerca finalizzata ad affrontare problemi. La ricerca pura invece può essere fatta anche da singoli studiosi con contributi minimi per l’attività di ricerca.
Spesso in ambiti comunali e regionali, sociologi e psicologi (le tre discipline nuove del dopoguerra italiano con l’antropologia) hanno avuto un campo applicativo e professionale, anche in ambito migratorio la sociologia ha aperto presidi, attività legate ad associazioni che si occupano di marginalità e migrazione etc…
Un po’ per una predilezione degli antropologi verso la ricerca pura, un po’ per la mancanza di finanziamenti e di domanda pubblica verso di noi, i nostri studi sono di natura più critica e documentaria che applicata. Io ho lavorato sempre sul territorio italiano, per lo più tra Sardegna e Toscana e – a livello di volontariato per me sempre anche formativo – ho collaborato con associazioni, comuni, enti, ma mai a un vero e proprio livello di ricerca applicata, per lo più per musei, festival, dibattiti sulla cultura locale. Soprattutto la sfera delle migrazioni, la loro pluralità, la differenza rispetto alla nostra cultura, sono rimaste cose sulle quali le competenze antropologiche non sono state sollecitate.
Anche se in Italia gli antropologi sono pochissimi rispetto a sociologi e psicologi, la loro attività è varia. Se si guarda all’antropologia applicata si vedono soprattutto due ambiti: uno è quello delle ONG che fanno cooperazione internazionale nei paesi poveri, e anche attività legate alla FAO e all’ONU sempre nel campo delle culture locali e della loro interpretazione e sviluppo sostenibile; l’altro è il campo dei musei e del patrimonio culturale, delle diversità locali europee ed italiane.
Diciamo che il primo profilo è più vicino a chi si laurea in Etnologia e fa ricerche all’estero, e il secondo a chi si laurea nel campo delle tradizioni popolari e studia le diversità culturali del mondo occidentale. Spesso il primo caso è legato al ministero degli esteri, e il secondo al MIBAC, il ministero dei beni e delle attività culturali. Nell’Università ci sono sia vari campi di ricerca africanisti, che oceanisti, che americanisti (America indigena del centro sud), poche ricerche attualmente in Asia.
C’è una vivace antropologia visiva che produce cinema antropologico. Poi ci sono dei settori come l’antropologia medica e la etnopsichiatria che si occupano di mediazione culturale e conoscenza di altre culture mediche e di problematiche di guarigione e di salute. Esistono varie riviste come Antropologia Museale, Antropologia medica, la Ricerca folklorica, Archivio antropologico mediterraneo, Dialoghi mediterranei, dove pubblichiamo le iniziative sui ‘piccoli paesi’. Importanti sono state le esperienze europee di incontro tra Musei etnologici e popolazioni migranti, in cui le collezioni nate dal mondo coloniale sono condivise e interpretate insieme a chi è venuto in Europa per cercare lavoro o libertà, rischiando di perdere la propria identità e dignità.
Dalla sua narrazione traspare la passione per questa professione: consiglierebbe questo percorso di studi ad un/una giovane e perché? quale potrebbe essere la strada futura di un professionista antropologo e quale il suo apporto concreto alla comunità?
Diciamo che per la mia generazione la passione è legata anche a un privilegio: quello di essere entrati presto nell’Università, di avere orizzonti lavorativi ampi.
Io ho insegnato nella scuola media subito dopo la laurea e ho lasciato la Sardegna per venire in Toscana a 31 anni per lavorare all’università: oggi nulla di ciò è possibile.
Talora succede di trovare un posto stabile o precario verso i quaranta anni, la scuola non dà più occupazione. E quindi l’entusiasmo diventa davvero difficile: eppure nelle scuole di specializzazione, nei dottorati sento ancora molto entusiasmo nei giovani. I nostri sono studi di molti saperi, critici, dove non c’è un potere accademico molto forte. Ma purtroppo ci sono anche pochissime risorse per la ricerca, occorre conoscere le lingue e proiettarsi su scenari internazionali, diversamente è davvero difficile operare bene in questo campo.
Io credo che la scuola, l’università, i ministeri impegnati in attività di antropologia applicata sui temi delle culture, dell’immigrazione, dovrebbero darci delle possibilità di lavoro utile alla società in un momento di grave crisi.
Questo è il tema più difficile ed è facile prevedere che ciò non succederà, anche se oggi tutti usano la parola ‘antropologico’, non danno la possibilità ai nostri studi di avere un ruolo pubblico.
Giovanna Colomo






