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22 Ottobre 2018Ho visitato la Mostra di Marina Abramovic e ad essere sincera ci sono entrata un po’ per caso e un po’ per non saper cosa fare mentre passeggiavo con un’amica per Firenze.
Avevo precedentemente detto che non ci sarei andata perché non interessata da quel tipo di arte moderna senza sapere bene però di cosa si trattava. Ne sono uscita quasi sconvolta o perlomeno toccata, non dall’arte di questa inquietante donna, che arte non è secondo me, ma dal suo linguaggio così dolente e così espressivo tanto da toccare le corde della mia sensibilità fino ad arrivare ad una sorte di compartecipazione sofferta e, direi, affettuosa.
Il suo linguaggio, le sue performances non sono costruzioni intellettualoidi ma trasmettono visioni di vita sofferta e urlata che non possono lasciare indifferenti. La mia definizione di questa Mostra è proprio quella di: inquietante e dolente.
I lamenti dell’animo umano si ascoltano ancor prima di iniziare il percorso della Mostra, le persone si parlano lamentandosi e poi viene il resto del percorso in una sequenza di oggetti, immagini statiche, filmati dove si racconta l’angoscia, a volte esasperata ed esasperante di una donna che si misura continuamente con se stessa nel dolore, fino a farsi male fisicamente, e nella comunicazione dolente in una continua ricerca per superare se stessa.
Un messaggio anche politico che ciascuno deve leggere e interpretare, ma che non lascia molto scampo all’immaginazione. E’ una Mostra che disturba il nostro quieto vivere, un messaggio di una donna sofferente che, forse, in questo esprimersi come “cleaner” riesce a spazzar via la nostra assuefazione ad una vita quasi inesistente rispetto a prove e slanci.
Per capire l’opera provocatoria di Marina Abramovic, basata su performances di provocazione nelle quali interagisce con i visitatori delle sue Mostre fino a farsi maltrattare, bisogna conoscere la sua vita, così riporto una parte la sua biografia riprendendola da Wikipedia.
“Nasce a Belgrado, nipote di un patriarca della chiesa ortodossa serb
a, successivamente proclamato santo. Entrambi i genitori erano partigiani della seconda guerra mondiale: suo padre Vojin Abramović (conosciuto come Vojo) fu un comandante riconosciuto, dopo la guerra, eroe nazionale; sua madre Danica, maggiore dell’esercito, alla metà degli anni sessanta fu nominata direttore del Museo della Rivoluzione e Arte in Belgrado.
La sua prima lezione di arte Marina la ricevette dal padre all’età di 14 anni: era il 30 novembre 1960; avendo chiesto al genitore di comprarle dei colori, lui si presentò con un amico il quale cominciò con il tagliare a caso un pezzo di tela, poi una volta steso a terra vi gettò sopra colla, sabbia, pietrisco, bitume, colori vari dal giallo al rosso, poi dopo aver cosparso il tutto con trementina collocò un fiammifero al centro della composizione e lo fece esplodere e disse: “Questo è il tramonto”.
Dal 1965 al 1972 studia presso l’Accademia di Belle Arti di Belgrado.
Dal 1973 al 1975 ha insegnato presso l’Accademia di Belle Arti di Novi Sad, mentre creava le sue prime performance.
Nel 1974 viene conosciuta anche in Italia, dove presenta la sua performance, Rhytm 4, esposta a Milano, nella Galleria Diagramma di Luciano Inga Pin.
Nel 1976 lascia la Jugoslavia per trasferirsi ad Amsterdam. Nello stesso anno inizia la collaborazione e la relazione (che durerà fino al 1988) con Ulay, artista tedesco.
Nel 1997 vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia con l’esecuzione Balkan Baroque.”
Lucia Focarelli Bugiani






