
Sulla bocca di tutti. Il nuovo “muretto” virtuale.
11 Settembre 2018
Intervista a un Sindaco: Alessandro Tomasi
2 Ottobre 2018Il mio interlocutore è oggi l’ultimo (per il momento) rampollo di una antichissima casata quella dei Corsini. E a sentirlo raccontare la storia delle origini del suo cognome sembra quasi di essere di colpo caduti in pieno medioevo. Lo ascolti e, complice il luogo in cui mi trovo, tra conventi (Pulica), colline, cipressi, olivi e quel che resta di antichi edifici medioevali, ti trovi di colpo a far parte di un mondo scomparso ma tutt’ora attualissimo.
E per poter iniziare con le mie domande, devo per forza interrompere il flusso del suo raccontare, per quanto interessante esso sia.
Ho incontrato Andrea Corsini nella sua abitazione in quel di “Corsini Bianchi”, un posto ameno per posizione e contesto, balcone privilegiato sopra la città di Pistoia. Ed è proprio dal luogo in cui adesso sono che inizia il mio percorso a ritroso nel tempo. Un territorio che prende il nome dalla famiglia che secoli fa ne era l’unica proprietaria. Ma andiamo per ordine.
Chi è Andrea Corsini? Parlami di te e delle tue origini.
«Sono nato qua, proprio in questo posto, da padre pistoiese e madre sarda e questa che vedi è la casa in cui, sin dal 1300 hanno vissuto i miei antenati. Io di professione faccio il geometra, ma forse sarebbe più giusto dire che lo faccio per passione, perché è anche attraverso il mio lavoro che cerco di portare avanti quello che è da sempre un mio grande interesse: la storia. Inoltre amo disegnare, e di recente ho realizzato alcune stampe su Pistoia Capitale della Cultura, riprodotte poi su piatti venduti in un negozio di ceramiche della nostra città».
Andrea, partiamo dal tuo cognome. Soltanto a pronunciarlo vengono alla mente personaggi illustri. Io non sono un esperto, ma il cognome della tua famiglia, anzi quello che hanno rappresentato i “Principi Corsini”, qualcosa dicono anche a me. Lui ride e tende subito a mettere le mani avanti per precisare che quelli di cui io parlo, sono il ramo principale della Casata Corsini, con la quale molto probabilmente quelli pistoiesi hanno soltanto dei “possibili contatti”.
«La mia famiglia, o meglio, i Corsini pistoiesi, non sembrano essere giunti qui da Firenze (dove in effetti quel nome ha ben altre valenze storiche), ma da tutt’altra parte. Però quando alla fine del 1200 arrivarono, dovevano essere dotati di ingenti mezzi finanziari, dato che in pochissimo tempo acquistarono immense proprietà terriere, dando vita a quello che in un lasso di tempo relativamente breve divenne un vero e proprio piccolo Comune il cui nome era… il loro cognome».
E qui inizia una dottissima disquisizione sui tantissimi minuscoli Comuni dell’epoca (mai avrei immaginato che nel territorio a nord di Pistoia ne fossero esistiti così tanti), sul numero dei “fuochi” che definivano il totale delle famiglie che li componevano (in alcuni casi poche decine), sulla vastità dei territori che amministravano, e sull’estensione del Comune più grande (Pistoia), che al solo vederne la rappresentazione cartacea, rende obsoleto e superato il moderno concetto di “Area Metropolitana”. Come a dire che i nostri predecessori l’avevano già concretamente realizzata centinaia di anni prima che a qualche politico contemporaneo venisse in mente di riproporre questa novità amministrativa, che di nuovo mi accorgo avere ben poco.
Quindi, mi intrometto nel suo discorso, sei una persona che definiremmo “normale”, con però due particolarità: l’appartenenza a un antico casato, e la passione per la Giostra dell’Orso. Ce ne puoi parlare?
«L’antico casato, i Corsini, come hai appena detto è conosciutissimo. Io, o meglio, la mia famiglia, ovviamente non apparteniamo direttamente a quel casato, però, grazie anche ad un ricercatore pistoiese, Sauro Corsini, sono riuscito a risalire alle nostre origini. E questa ricerca mi ha dimostrato che sin dal 1300 qualcuno con questo cognome si è stanziato su queste colline, grazie a una notevole disponibilità economica. Bada bene pero, che per me l’importante non era ricercare qualche collegamento con questa o quella famiglia celebre, ma semplicemente andare alla ricerca di una mia antica identità, per puro spirito di indagine legato ai ricordi che ci siamo sempre tramandati da padre in figlio. Ricordi che in piccolissima parte ho conservati in alcuni documenti originali che hanno ormai secoli di vita. Inoltre, l’aver dato il nome a un intero paese, per quanto piccolo esso sia, è un qualcosa al quale francamente tengo moltissimo, come del resto tutti coloro che hanno questo cognome e che come me continuano a viverci. Per quanto riguarda invece la giostra, l’entrare a far parte del Quartiere del Leon d’Oro è una conseguenza di quanto ti ho detto sinora. Amo il mio luogo d’origine e amo Pistoia e le sue tradizioni. E, indirettamente amo quello che La Giostra intende rappresentare: la rievocazione, ovviamente rivisitata e chiaramente diversa da quanto era in origine, di un qualcosa di “nostro”».
Ci fai brevemente la storia del “ramo” dei Corsini Pistoiesi della tua famiglia? E, toglimi una curiosità, voi Corsini, avete un titolo nobiliare?
«Non siamo niente di ciò che si può immaginare, quali ad esempio Duchi, Conti o marchesi. No, noi siamo semplicemente stati riconosciuti “nobili” nel 1800, senza però l’attribuzione di alcun titolo di quelli che solitamente siamo portati a pensare. E probabilmente la famiglia Corsini di Firenze ha in qualche modo contribuito a far sì che questo riconoscimento avesse luogo».
E cosa puoi dirmi invece riguardo alla “storia” dei Corsini Bianchi e Neri di Pistoia. Io che vengo da Firenze, li associo quasi ai Guelfi e ai Ghibellini. Sono molto distante? Tra l’altro mi risulta che il tema di cui ti chiedo sia anche l’oggetto di un annuale appuntamento culturale sulla storia di Pistoia organizzato ogni anno a settembre nella splendida cornice di Pulica dall’Irsa, istituto di ricerche storiche e archeologiche.
«Probabilmente l’origine dei Corsini Bianchi e Neri è legata, come riproposizione, proprio alla disfida tra Guelfi Bianchi e Neri. Un vero motivo per il quale questa area ha preso nel tempo questo nome, francamente non sono riuscito a trovarlo; un dato di fatto incontrovertibile è però che dal 1300 tutto quanto il territorio era di proprietà di una numerosa serie di famiglie che portavano questo cognome. Da qui a ipotizzare delle successive faide tra loro il passo è molto breve. Ecco quindi il motivo del riferimento ai fatti fiorentini. E poi nei secoli sai quanti pretesti per creare rivalità si possono essere creati? E questo è proprio uno degli argomenti dei quali si dibatte da anni proprio in quel convegno di cui parlavi».
Lasciamo perdere per un attimo la casata e parliamo dell’altra tua grande passione: La Giostra. Che ruolo ricopri all’interno dell’organizzazione? E per quale dei quattro rioni parteggi?
«Appartengo al Rione di Porta San Marco, di cui sin da “sempre”, questo territorio ha fatto parte. Il mio ruolo è quello di “Capitano degli Alabardieri”, che erano a quei tempi una sorta di milizia cittadina del rione. A Pistoia i rioni erano quattro e ognuno aveva la propria guardia civica. Devi però tener conto che i rioni di cui parlo erano in realtà una cosa molto diversa da ciò che possiamo immaginare guardando all’oggi. Il loro territorio era vastissimo e abbracciava una notevolissima porzione di territorio esterna alle mura cittadine».
Senza entrare nel merito delle nuove regole che da quest’anno sono state applicate alla manifestazione, qual è stato il loro impatto sulla gara?
«Personalmente quest’anno la gara l’ho trovata bella, e questo sicuramente ha un diretto collegamento con le regole. Quello che forse ha funzionato meno è stata la direzione della gara e la macchinosità stessa delle regole. Diciamo che ho avuto l’impressione che molti non pistoiesi che hanno assistito alla manifestazione siano andati via senza aver ben compreso chi alla fine sia uscito vincitore.
In contemporanea ai cartelloni che la pubblicizzavano, si sono visti anche altri manifesti che invitavano a boicottarla. Non ti chiedo di parlare di questo aspetto, ma della manifestazione in sé. Ritieni che siano ancora attuali iniziative che riportano a un passato così lontano? E avrebbero senso senza l’utilizzo dei cavalli?
«Bella domanda. A mio parere ha sicuramente un senso mantenere questa tradizione, che innegabilmente ha un contatto con quella corsa che veniva fatta in passato per onorare il nostro Santo Patrono, e conseguentemente è molto più di una tradizione. Fare qualcosa di diverso? Tutto è possibile ovviamente, però sarebbe qualcosa che non ha alcun legame con il nostro passato. Era una corsa e ovviamente correvano con i cavalli. Oggi l’equivalente sarebbero forse… i motorini se proprio vogliamo sostituire gli animali, ma sarebbe un qualcosa di… ridicolo».
Tu abiti sopra a Sant’Alessio, ai “Corsini, un posto splendido anche se con qualche difficoltà legata alla viabilità stradale. Lo cambieresti con un altro luogo magari più dotato di “servizi” e con strade perfettamente asfaltate?
«Assolutamente no. Sono certo che resterei quassù anche se non avessimo l’asfalto. Questo non vuol dire che l’esistente non si possa migliorare. I tempi cambiano e anche la necessità di potersi spostare agevolmente è diversa da ciò che era prima. Pensiamo ad esempio agli anziani e alle loro necessità. Però ti ripeto che questo è il mio luogo ideale».
In chiusura, toglimi un’ultimissima curiosità: Qual era il tuo sogno di bambino? E ti senti di averlo in qualche modo raggiunto?
«Il mio sogno? Diventare archeologo. Andare cioè a cercare le tracce del passato. Poi ho fatto altre cose, ma quella voglia di ricercare mi è rimasta. Ma chissà, mai dire mai – conclude soddisfatto – mi resta pur sempre la possibilità di frequentare tra qualche tempo… l’università per gli anziani.
Quando usciamo dalla sua casa è l’imbrunire, e lo spettacolo che da lì si può ammirare è veramente notevole: la città ai nostri piedi, i monti che le fanno corona, il cielo che diventa azzurro, i campi coltivati a viti e olivi e lontanissima Firenze. Direi che da solo questo spettacolo è il vero ottimo motivo che ha Andrea per restare in questo spicchio di antiche storie di tempi ormai lontani.
Enrico Miniati




