
Intervista a Maurizio Gori, il nostro Editore
11 Luglio 2018L’arte di dipingere poesie
Quando l’amico pittore Giorgio Luxardo mi chiese di stilare qualcosa da inserire su di un suo catalogo, accettai con entusiasmo. In seguito, riflettendo sulle sue opere e su quello che avrei dovuto scrivere, il mio convincimento cambiò.
Non avevo rimorsi nell’aver accettato quello che mi aveva proposto, piuttosto sentivo la mia inadeguatezza nel valutare il suo lavoro e la sua opera. Mi assalivano dubbi e paure. Cosa avrei dovuto scrivere? – perché anche se amo l’arte in ogni sua forma, non sono un critico. Decisi allora di mettere su carta quello che provavo nel guardare i suoi dipinti e quanto essi fossero capaci di emozionarmi. In questo esercizio non ho avuto nessuna difficoltà e le parole hanno inondato i fogli come un fiume in piena.
Così ho cambiato la forma di quello che sarebbe stato il mio contributo, quella che doveva essere un’analisi critica e diventata una valutazione emozionale. Narrerò quindi delle ore che passai insieme a lui, nel suo studio livornese, una lontana mattina di primavera. Luxardo è un poeta, non dipinge, recita poesie attraverso il segno e il colore, è innamorato della natura, ama la tradizione.
Questo artista, follemente innamorato del proprio lavoro, ci prende per mano e ci conduce attraverso sentieri di campagna, sotto pergolati di case coloniche, nelle aie silenziose di un meriggio d’estate, tra fossi e vigneti. Sembra salire all’orecchio lo scroscio dell’acqua di un fresco torrente, il frinire della cicala o lo sciabordio delle barche lungo un canale. Si entra nel mondo essenziale del passato dalle forti radici e dai valori sempre presenti, di quelli che non si dimenticano. C’è molto dei grandi della “macchia” ma anche dei post labronici. Traendo ispirazione dal contesto naturale e particolarissimo della costa e dell’entroterra tirrenico toscano, i quadri di Luxardo sono delle finestre aperte sulla vita, sui ricordi, sulle emozioni ed infine, ma non per ultima, su di una realtà contadina, retaggio di un passato ormai scomparso. Arte vera, senza inutili orpelli, senza enigmi e senza tempo, tutta collegata alla ricerca continua delle proprie radici dove il senso di appartenenza è la vera cosa che conta.
Sarà perché la mia è la stessa terra che ha dato i natali ai macchiaioli, sarà perché ogni volta che guardo quelle pitture di cieli infiammati, di rossi tramonti, di verdi intensi, di campagne assolate e di luccicanti marine, mi sento felice. Sono pochi attimi, brevi, di leggero stordimento, di accesa passione e di struggenti ricordi ma bastano a farmi tornare indietro nel tempo, quando ero bambino. Sì, perché la macchia e i pittori che hanno fatto parte del movimento macchiaiolo, per me racchiudono un valore familiare.
Mi perdonerà il lettore se da ora in poi, esercitando l’esercizio della memoria, metterò al presente il mio scritto perché ogni volta che ripenso a quel mattino è come se fosse adesso.
“E’ domenica, il sole di maggio splende su di una Livorno ancora assonnata, prima di entrare rimango ancora qualche istante a gustarmi la piacevole brezza che viene dal mare. Mentre lascio che accarezzi dolcemente la mia faccia ripenso alla telefonata di pochi giorni prima con la quale ho contattato Giorgio Luxardo, «Venga, venga pure domenica mi troverà allo studio come ogni giorno» furono le sue parole. La porta si apre e il maestro mi stringe la mano e fa cenno di entrare. Il socio più anziano del prestigioso Gruppo Labronico, mi guida attraverso le stanze del suo appartamento-studio strapieno di opere. Il suo mondo. Tele, tavolette, pannelli, listelli, riquadri di legno di tutti i tipi. Appesi alle pareti, dentro scatole di cartone, ammucchiate sulle sedie, sui ripiani del cavalletto, in buste di plastica, sul davanzale delle finestre, appoggiate al muro. Tutte belle, piene di luce, contrasti di colore, chiaroscuri. Paesaggi, figure, nature morte. Se li interrogassi, mi risponderebbero. Sono sicuro che questi dipinti hanno un’anima. Intorno a me è quasi una pinacoteca, forse di più. Nello studio c’è l’odore penetrante dell’essenza di trementina e tubetti, decine e decine di tubetti, i verdi, i rossi, i blu, gli arancioni, i gialli in una danza colorata di mille arcobaleni. Sparsi, senza un apparente ordine preciso, giacciono fogli, disegni, brochures, ritagli di giornali e sul soppalco di legno centinaia e centinaia di cornici, il cavalletto da lavoro è in piena luce vicino alla finestra. Mi dice di sedermi ed io guardo con apprensione il suo cane, enorme, statuario, assomiglia molto a un leone senza criniera. Anche lui mi osserva, poi sbadiglia e si stende sul pavimento, la grossa testa sulle zampe incrociate.
Iniziamo a parlare così spiego al maestro che il mio amore per la pittura macchiaiola viene da lontano, da quando cioè, ancora bambino, in famiglia si parlava d’arte, di pittori e i miei genitori collezionavano dipinti. Natali, Domenici, Filippelli, Romiti, Fanelli, Michelozzi e tanti altri nomi che a quei tempi non avevano un significato preciso per me, adesso ripeterli di fronte a Luxardo, suonano in maniera diversa.
Luxardo ricorda quando, agli inizi del suo percorso creativo, frequentava lo studio di Gino Romiti e di Pietro Annigoni e come quei maestri avessero colto il suo talento e lo avessero spinto a continuare a dipingere. «Se ho perseverato nel mio lavoro e sono stato coerente alla pittura verista lo devo anche a loro, ai loro consigli» – esclama lasciando trapelare dagli occhi l’emozione dei ricordi. Poi continua «…lo sa che quando portai una mia natura morta da Annigoni lui chiamò tutti gli allievi a vederla? E di quando dicevano che Gino Romiti era cattivo? Invece era una brava persona. Certo che se uno dipingeva male non ci girava intorno con tante parole, glielo diceva chiaro e tondo.»
Nel raccontare questi aneddoti si appassiona e io lo immagino curvo sul cavalletto, la tavolozza in mano, pieno di ansia per il risultato finale, lo immagino attento a mischiare i colori, nella ricerca continua di trovare la giusta sfumatura, emozionato e desideroso di trasmettere emozioni. “Dipingo ciò che vedo e ci metto il cuore, quello che vedo oggigiorno, il mio tempo, lo faccio senza guardare al risultato economico ma a ciò che appaga lo spirito, perché nella vita ho avuta la fortuna di fare ciò che mi piace e di vivere col mio lavoro”.
La luce, la forza del colore, gli spicchi di sole e i giochi d’ombra, l’amore per la natura e l’entroterra del litorale toscano diventano un universo fruibile a tutti attraverso l’opera instancabile di questo livornese erede dei macchiaioli. Le sue figure prendono forma e rivivono sulla tavoletta. I “Bagnanti” che parlano sotto un ombrellone, immersi nella luce di una spiaggia assolata, “la Maria” che raccoglie i pomodori nell’orto di casa, la “Marvi” che legge sulla panchina del parco, delicatamente sfiorata dai chiaroscuri di esuberanti cespugli e ancora i covoni di paglia ai piedi dei quali due bimbi siedono giocando, sono icone dell’odierno vivere. Attuale, tangibile, incarnato.
Paul Cézanne nel 1904 affermava che la salvezza sta nella pittura e nell’avere il sentimento dell’arte. Ecco, Luxardo con il suo lavoro sembra sfuggire e salvarsi dalle mediocrità di questi tempi distratti, riscoprendo la bellezza delle cose semplici, delle cose vere, di tutto quello che di romantico ancora esiste.
Sono assorto nel guardare le opere che mi circondano, le mille tonalità del verde della campagna, le ombre contornate dalla luce accecante del sole, l’azzurro del cielo, i segni delle pennellate veloci che tracciano il particolare di un volto. Tutto ricorda molto la mia infanzia a Firenze in via San Gallo, dove nella seconda metà dell’800 la trattoria “Volturno” era il ritrovo di macchiaioli del calibro di Lega, Signorini, Fanelli, Nomellini. Proprio là facevano le loro riunioni e tra un bicchiere di vino e una boccata di sigaro con le tempere ne dipingevano le pareti. Ognuno lasciava il proprio segno sotto l’occhio attento di Giovanni Fattori e quello estasiato di Diego Martelli.
I miei genitori, collezionisti di dipinti, raccontavano di Amedeo Modigliani, “il cigno di Livorno” o “Modì” come lo chiamavano gli amici, anche lui aveva abitato in quella via dividendo lo studio con Oscar Ghiglia. Sono rapito dalla rivisitazione di un luogo perduto nel fondo della memoria. Ricordi, ricordi, ancora ricordi. Tutto quello che vedo mi porta indietro di cinquant’anni e riassaporo l’odore del caffellatte al mattino confuso a quello forte dei colori freschi delle tele, circondato da decine di quadri.
Rimanevo ammirato a guardare i colori di Renato Natali o la luce soffusa di un interno di Cafiero Filippelli o ancora le marine di Gino Romiti e sognavo. L’immaginazione mi portava a dipingere, a diventare un grande artista e poi a correre su quei prati, nuotare in quei mari. Ero estasiato da quei colori e sognavo, sognavo, sognavo come fanno tutti i bambini. Ancora oggi lo faccio. Non ho mai smesso.
Ritorno bruscamente alla realtà quando il maestro si volta e inavvertitamente urta il cavalletto che cade, lui cerca di alzarlo districandosi fra mille cose, poi ci rinuncia continuando a parlare “Lei mi capisce – conclude fissandomi – siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Finalmente.”
Il tempo è volato via velocemente e quelle parole mi danno la forza di congedarmi, come se avessimo sugellato un accordo fatto di reciproca intesa, una sorta di condivisione nel constatare che questo mondo materialista va troppo veloce e dimentica lungo la strada l’importanza dei valori veri. Un punto d’incontro, un “punto di fuga” dove esiste prospettiva. Perché pitturare è un po’ come scrivere, la cosa che faccio da sempre, tracciare segni, chi con la penna e chi col pennello, compiere un’opera, donare ad altri qualcosa che ti appartiene. Due forme di arte la pittura e la scrittura, ognuna con le proprie peculiarità ma entrambe molto simili nello stupirsi della bellezza dell’uomo e del creato, gustare il sapore della libertà, ritrovare la propria essenza. “
Mi staccai a malincuore da quell’angolo magico che è il suo studio, semplicemente ci stringemmo la mano e ci scambiammo la promessa di tenerci in contatto.
Questo è stato per me uno dei tanti incontri con Giorgio Luxardo ed ogni volta le sue parole mi inducono a riflettere e a constatare che oggi tutto va veloce, estremamente veloce, è una sorta di condanna dove ognuno cerca di arrivare sempre più lontano, sempre più in alto, in un affannarsi continuo alla ricerca di qualcosa che possa riempire un senso di vuoto interiore.
È facile in questa frenetica corsa utilizzare scorciatoie per arrivare primi senza rendersi conto che, alla fine, sempre e comunque dobbiamo fare i conti con il tempo che ci è dato. Siamo soli a combattere mille battaglie, a cercare di comprendere mille perché e nel frenetico trascorrere quotidiano ci logoriamo nel porci domande alle quali nessuno può dare risposta.
Rimangono a questo punto, le voci fuori dal coro, gli illuminati, i sognatori e i poeti a darci una mano. Non tanto per soddisfare la nostra sete di conoscenza, quanto a renderci più facile il cammino della vita e insegnarci a percorrerlo con semplicità e passione, gustandone la vera essenza fino all’ultima goccia.
A volte ci sentiamo come stretti in un cunicolo buio pieno di dolore, di effimero, di male. Pieno di falsi miti, impregnato dalla cultura dell’apparire e non da quella dell’essere. La costruzione falsata di un corpo visto totalmente nella sua limitata fisicità e non nella sua unicità di essere umano. Un tunnel senza via d’uscita.
Il male che ne deriva è impalpabile, difficilmente individuabile, inutile sforzarsi di capirne le ragioni, anzi c’è il rischio concreto che diventi abitudine e che entri a far parte della nostra vita. C’è un modo però per esorcizzarlo: cercare e distinguere ciò che è bello e goderne, farlo emergere, valorizzarlo, trasmetterne l’incanto. La bellezza salverà il mondo affermava il principe Miškin nel romanzo “L’idiota” di Dostoevskij. Forse sarà così, anche se i numerosi ostacoli che si trovano lungo il cammino potrebbero in un istante vanificare tutto.
Sicuramente amando il bello daremo spazio ad una dimensione morale diversa ed usciremo insieme dal tunnel della banalità, colmo di egoismi e disarmonie. Non so se ne verremo fuori cambiati. Certo è che ne usciremo sicuramente migliorati. Per quanto l’uomo spesso si sforzi di farne a meno, la bellezza fa parte del mondo. Esistere senza di essa, risulta impossibile.
Luxardo, come tutti gli artisti che amano il proprio lavoro, si esprime attraverso il cuore e ci parla di sé, del suo vivere, dei progetti e delle ansie, dei sogni e delle speranze che lo assorbono interamente.
Allora, di fronte alle sue opere, riesci a capire quanto sia grande la sua sensibilità e quanto la sua gentilezza e la sua semplicità non siano artefatte. Di quanto esse siano vere.
Ci fa dono delle sue passioni, dei suoi sogni e, perché no, anche delle sue illusioni.
C’è un’apertura costante al dialogo in quello che fa. È un poeta che dipinge. Un grande e umile poeta.
(Vincenzo Ada)




